Da dove deriva (davvero) l’usanza di inginocchiarsi prima delle partite

di Daniele Dell'Orco
28 Giugno 2021

Contrariamente a quanto si dica, inginocchiarsi prima di una partita di calcio, o football, o basket o qualsiasi altro evento pubblico di intrattenimento, non è affatto un richiamo al gesto di Derek Chauvin, l’ex agente di polizia statunitense che poggiò il ginocchio sul collo di George Floyd. Il gesto risale, invece, al 2016. Per le strade d’America montava l’ennesima protesta per il caso di un ragazzo afroamericano disarmato ucciso dalla polizia, mentre si era denunciato da più parti il grilletto facile contro le persone di colore. Alcuni giocatori di football americano, per protesta, avevano cominciato ad ascoltare inginocchiati l’inno americano eseguito in occasione delle partite. Di tutte le partite. Di qui il nome della protesta “take a knee”, “inginòcchiati”.

Il primo fu il quarterback dei San Francisco 49ers Colin Kaepernick per denunciare la violenza della polizia verso gli afroamericani ed esprimere solidarietà al movimento ‘Black Lives Matter’ (“Le vite nere valgono”), spiegando: “Non starò in piedi per dimostrare il mio orgoglio per la bandiera di un paese che opprime i neri e le minoranze etniche. Per me è più importante del football, e sarebbe egoista guardare dall’altra parte. Ci sono cadaveri per le strade, e persone che la fanno franca”. A Kaepernick non fu rinnovato il contratto con i San Francisco 49ers, il che lo rese free agent.

Il suo gestò provocò le reazioni più disparate. Alcuni giocatori hanno criticato Kaepernick, dicendo che avrebbe potuto trovare un modo migliore per protestare; altri hanno invitato a discutere non tanto sulla protesta in sé ma sul tema sollevato da Kaepernick. Molti tifosi hanno considerato la protesta di Kaepernick un gesto irrispettoso verso gli Stati Uniti e verso l’esercito americano impegnato per difendere la bandiera in ogni angolo del mondo sacrificando vite su vite: qualcuno ha bruciato la sua maglia, la San Francisco Police Officers Association ha mandato un comunicato alla NFL in cui ha definito la situazione “imbarazzante” per la lega. Il sito sportivo Bleacher Report ha parlato con diversi dirigenti della NFL rimasti anonimi, che hanno definito Kaepernick “un traditore” e il giocatore più odiato della lega. Intervenne anche il candidato Repubblicano alla presidenza degli Stati Uniti, Donald Trump, che suggerì a Kaepernick di “trovare un paese che gli piace di più”.

La vera ragione del dilagare della protesta fu proprio questa: la posizione di Trump. Quelle sue parole non vennero dimenticate dagli attivisti afroamericani anche dopo il novembre 2016, quando diventò Presidente, e molti sportivi rifiutarono di partecipare alla Casa Bianca alla festa riservata ai campioni d’America (successe ai campioni di basket e di baseball). Da lì a poco, non singoli giocatori, bensì intere squadre hanno cominciato a inginocchiarsi.

Ora il gesto è diffuso negli stadi del mondo, come presunto simbolo universale di libertà di espressione e di contrasto al razzismo. La stessa Uefa non lo ha vietato e dunque si è spostato dalla Champions League agli Europei di calcio, sui cui campi ora lo vediamo. La sua genesi, però, dimostra almeno tre cose:

1- Che si trattò di una iniziativa di un singolo legata al preciso contesto sociale in cui si trovava a vivere. Quello, a suo dire, di un Paese che nell’inno nazionale (negli Stati Uniti è sacro) rappresenta una realtà diversa e ipocrita. In America, com’è noto, lo scontro etnico è ben più accentuato rispetto a molti altri Paesi del mondo e “sconfessare” l’inno significa in qualche modo prendere le distanze dai principi fondativi della propria Nazione. Non è un dettaglio, se è vero che al contrario il 90% degli altri atleti non-americani che hanno adottato questo gesto lo mostrano in momenti ben diversi rispetto al canto del proprio inno nazionale (agli Europei, ad esempio, avviene pochi secondi prima del calcio d’inizio). È così che la protesta perde valore, perché non universale e perché non basata sulla precisa contestazione alla propria entità statale di cui invece si celebra la gloria cantando l’inno a squarciagola.

2- Formalmente, nessuna federazione sportiva americana impone ai professionisti di alzarsi in piedi durante l’inno nazionale. Ecco perché Kaepernick rivendicava il suo diritto di esprimere il proprio dissenso. Liberamente, proprio facendo leva sulla libertà che gli veniva concessa dalla Costituzione. È un paradosso che, al contrario, il gesto del “take a knee” sia invece diventato una sorta di marchio, di lasciapassare per l’approvazione sociale. Quindi, indirettamente, obbligatorio. Basta vedere le decine di migliaia di insulti, di prese di distanza, di critiche ricevute dai giocatori della Nazionale Italiana per non essersi inginocchiati contro l’Austria o peggio ancora per essersi ancor prima abbandonati alla “libertà di coscienza individuale” contro il Galles. Quel momento (5 in ginocchio, 6 in piedi) è stato respinto con forza dalle istituzioni calcistiche e politiche ed è iniziato a passare il messaggio “o tutti o nessuno” evolutosi poi nell’ancor più leggero “se lo fanno gli avversari lo facciamo anche noi”. Tutto il contrario del principio su cui si basava il gesto del capostipite Kaepernick.

3- Impossibile non considerare la strumentalizzazione politica. Il gesto di Kaepernick non sarebbe mai diventato virale se nel 2016 Donald Trump non lo avesse aspramente criticato e se, per estensione, non fosse diventato Presidente degli Stati Uniti. Lo scontro etnico, infatti, è parte integrante della realtà statunitense da sempre. Lo era quando la Casa Bianca era abitata dall’afroamericano Barack Obama e lo è anche ora che i leader sono i democratici Joe Biden e (altra afroamericana) Kamala Harris. L’hype comunicativo, dunque, è stato conferito al gesto dalla volontà precisa di abbattere Trump, da parte del mondo dello spettacolo, dello sport, dell’intrattenimento, del cinema. Tutte sfere che infatti si sono schierate in modo veemente contro Trump alle elezioni del 2020 (e in generale lungo tutti i 4 anni di mandato).

La sensazione, dunque, è che il “take a knee” sia davvero una genuflessione, non un inginocchiamento spontaneo. Perché non afferisce tutte le realtà allo stesso modo come invece si vuol far pensare, perché non richiama apertamente le ragioni che mossero Kaepernick e gli altri, perché è viziato da una appartenenza politica e ideologica che va ben oltre la volontà di combattere il razzismo.