Cannito porta in scena la purezza dell’innocenza al Teatro Olimpico, contro il logorio del politicamente corretto

di Pasquale Ferraro
10 Dicembre 2022

Lo Schiaccianoci musica di P.I.Tchiajkovskij con la regia e coreografia di Luciano Cannito è una produzione basata sulla versione originale di Petipa del celebre balletto di repertorio classico, nella nuova produzione di Fabrizio di Fiore Entertainment per Roma City Ballet Company, si presentata al Teatro Olimpico di Roma con un promettente carnet di quasi tutti sold out nei teatri dove è stato rappresentato (Teatro Massimo di Palermo, Teatro San Carlo di Napoli, Auditorium della Conciliazione di Roma, Teatro Atlantico di Roma).

Lo Schiaccianoci, un classico intramontabile, messo in scena per la prima volta al Teatro Marijnskij di San Pietroburgo il 5 dicembre 1892: il soggetto basato sulla famosissima favola “Lo Schiaccianoci e il Re dei Topi” di Eta Hoffmann, sogno-incubo della piccola Clara nella notte di Natale, ha conquistato generazioni di artisti, superando le barriere del tempo e consegnandosi nel solco dell’immortalità.

La versione coreografica di Luciano Cannito, vede nel ruolo di deus ex machina il misterioso Drosselmeyer, ruolo interpretato con sagace compostezza dal danzatore caratterista, primo ballerino del Teatro dell’Opera di Roma, Manuel Paruccini. Non ci sono dubbi che lo spettacolo ricalca una certa purezza natalizia, qualcosa di lontano dalla nostra società e dalle troppo spesso dissacranti riletture politicamente corrette dei grandi classici, delle fiabe, di quei personaggi che l’arte ha donato ai bambini perché ne gioissero. L’opera di Cannito in questo ha un pregio, restituisce all’arte il suo ruolo, il suo compito, e al balletto la sua magia. La gioia della giovane Clara ( Giorgia Verani) è quello che ogni bambino dovrebbe avere dipinto sul volto la notte di Natale, una gioia pura, incontaminata dalle prove della vita. Perché a volte la verità non basta, serve il sogno, perché in fondo sono i sogni che creano le fondamenta stesse della bellezza.

Il pubblico sembra apprezzare si dalle prime battute del primo atto, lo fa convintamente, quasi sorpreso, di poter ancora ammirare qualcosa di libero, non alterato dalla follia ideologica.

Non è un caso che tutta la trama del balletto si fonda su un atto di generosità, e di purezza infantile, che la piccola Clara ha nei confronti del mendicante infreddolito, ignorato da tutti durante la notte di Natale, forse l’unica notte in cui nessuno dovrebbe sentirsi solo.

Perché il Natale ha in sé la speranza, la realizzazione delle promesse, il fine di ogni profezia, il Natale è luce, e nessuno dovrebbe restare nell’ombra. Ed è qui che il balletto incontra il mito e anche un implicito messaggio cristiano “quello che semini raccogli”, perché il mendicante che in realtà altri non è che l’elegantissimo e magico Drosselmeyer per sdebitarsi regalerà alla piccola Clara una notte magica. Drosselmeyer assume qui le fattezze del mito, uscendo da una certo alone tradizionalmente oscuro e a tratti inquietante – il doppio della magia – entrando in una sfera omerica, della divinità che mette alla prova l’uomo e la sua natura, e solo il cuore puro di una bambina sentirà il bisogno di donare un segno di affetto all’uomo vestito di stracci. Solo il cuore di un bambino ha in sé la purezza dell’innocenza.

Si alternernano nelle recite i Primi ballerini del Teatro dell’Opera di Dresda Kanako Fujimoto e Denis Veginy, e i Principals Dancers del Teatro dell’Opera di Berlino Yolanda Correa e Dinu Tamazlacaru.