Una strategia unitaria per non farsi dividere

di Francesco Giubilei
4 Febbraio 2021

La scelta di Mattarella di incaricare Mario Draghi per la formazione di un nuovo governo ha generato una spaccatura nel centrodestra difficilmente sanabile se, come sembra ormai evidente, la strada sarà quella di un esecutivo guidato dall’ex presidente della Bce.

Lo scenario che si profila è un governo di larghe intese formato da Pd, Italia Viva, Forza Italia con un possibile appoggio anche da parte della Lega, mentre il Movimento Cinque Stelle e Fratelli d’Italia andranno all’opposizione.

Certo, in un panorama in costante evoluzione come quello attuale, è difficile definire un perimetro con esattezza, potrebbe verificarsi anche una spaccatura in seno ai grillini con l’ala più governista facente capo a Di Maio favorevole a sostenere Draghi e le componenti legate a Di Battista determinate ad andare all’opposizione. Se ciò si verificasse, considerando l’appoggio di Forza Italia, centristi, gruppo misto e una parte dei Cinque Stelle, si potrebbero trovare i numeri anche senza la Lega che a quel punto potrebbe offrire un appoggio esterno.

Mentre Giorgia Meloni ha chiuso ogni porta all’ipotesi di un governo di larghe intese ribadendo la propria linea di elezioni subito, Matteo Salvini, pur ribadendo che la strada più auspicabile è il voto, intervistato al “Corriere della Sera”, si è dimostrato aperturista: “Draghi? L’ho detto anche a lui, non conta il nome ma cosa vuole fare”.

In seguito su Omnibus a La7 ha elencato alcune proposte come “taglio di tasse e burocrazia”, “flat tax al 15% per famiglie e imprese”, “azzeramento del codice degli appalti”, “rottamazione di 50 milioni di cartelle esattoriali”. Per il leader della Lega “si possono stabilizzare migliaia di insegnanti precari” e “bisogna garantire il diritto alla salute e vaccino per coloro che lo desiderano”.

Una vera e propria road map da realizzare “in queste settimane o mesi che ci accompagnano al voto il Parlamento può e deve fare alcune cose che servono all’Italia” aggiungendo “non dico no a pregiudiziali, dico: guardiamo i temi. Non sto dietro al calciomercato o al totoministro, parliamo di tasse, scuola, salute, pensioni, lavoro che sono i temi fondamentali”.

Se da un lato Salvini, spinto dall’area più istituzionale della Lega, potrebbe dare il proprio appoggio a Draghi, dall’altro teme di perdere il consenso delle componenti più sovraniste che si potrebbero avvicinare a Fratelli d’Italia. 

È chiaro che mettere mano alla gestione dei fondi del recovery fund e aver voce nell’elezione del prossimo Presidente della Repubblica, sono elementi importanti ma ci sono altri aspetti da tenere in considerazione.

Anzitutto l’attuale momento storico con la pandemia che ha fatto saltare tutti gli schemi, in secondo luogo le parole del Presidente della Repubblica che sembrano aver chiuso la possibilità di andare alle urne a breve.

Il rischio per i partiti di centrodestra di non appoggiare un governo Draghi è quello di venire isolati e marginalizzati, soprattutto alla luce di una sensibilità nel paese inedita determinata dalle conseguenze sanitarie e socio-economiche del coronavirus, inoltre c’è la possibilità di scongiurare una riforma elettorale in senso proporzionale che complicherebbe il percorso per il centrodestra quando si voterà.

Ci sono però anche altri aspetti che non si possono sottovalutare: aderire a un governo con il Pd e la sinistra potrebbe essere mal visto da un parte dell’elettorato, è vero che Mattarella ha parlato di un governo non politico ma alla base vi sarebbe comunque un accordo di carattere politico.

Tra le principali remore in seno a una parte del centrodestra, vi è il timore che un governo Draghi possa rappresentare un’esperienza Monti bis ma le differenze sono molteplici a partire dal diverso periodo storico che stiamo vivendo. Draghi si è dimostrato in varie occasioni contrario a posizioni dogmatiche sull’austerity, celebre il suo “whatever it takes” ma altrettanto significativo l’articolo pubblicato a marzo dello scorso anno sul “Financial Times”.

Vale la pena, alla luce del nuovo incarico, rileggere alcuni passaggi del suo intervento, anche per capire in quale direzione si potrebbe muovere un ipotetico esecutivo a guida Draghi: “livelli di debito pubblico molto più elevati diventeranno una caratteristica permanente delle nostre economie e andranno di pari passo con misure di cancellazione del debito privato. Il ruolo dello Stato è proprio quello di usare il bilancio per proteggere i cittadini e l’economia dagli shock di cui il settore privato non è responsabile e che non può assorbire”.

Per poi aggiungere: “la questione fondamentale non è se, ma in che modo lo Stato possa fare buon uso del suo bilancio. La priorità, infatti, non deve essere solo fornire un reddito di base a chi perde il lavoro, ma si devono innanzitutto proteggere le persone dal rischio di perdere il lavoro”.

Posizioni molto diverse da quelle di Monti come testimonia uno dei passaggi dell’articolo “i debiti pubblici cresceranno, ma l’alternativa – la distruzione permanente della capacità produttiva e quindi della base fiscale – sarebbe molto più dannosa per l’economia e, in ultima analisi, per la credibilità dei governi”.

La seconda ipotesi per il centrodestra è l’opposizione al governo Draghi continuando a chiedere elezioni, se il centrodestra rimanesse compatto su questa linea, appoggiato anche dal Movimento Cinque Stelle, potrebbe essere un’alternativa, il problema è che Forza Italia si spaccherebbe e un’opposizione granitica all’ipotesi Draghi da parte dei grillini non è certa. 

Se una parte del centrodestra deciderà di perseguire la strada dell’opposizione, su un punto non si può essere ambigui, bisognerà farlo in modo responsabile evitando complottismi, posizioni in stile “contro l’uomo delle banche e della finanza” o contro “l’uomo dei poteri forti”. Una linea di questo genere risulterebbe del tutto controproducente, la stagione del populismo, dei toni strillati, se qualcuno ancora non se ne fosse accorto, è terminata e il fallimento del Movimento Cinque Stelle ne è l’emblema.

Perciò, se FdI e la Lega decideranno la strada dell’opposizione, dovranno farlo in modo costruttivo senza adottare toni controproducenti nella consapevolezza che ciò porterebbe a un cordone sanitario, a un isolamento e una marginalizzazione dalle conseguenze imprevedibili. Alla lunga potrebbe verificarsi anche a una crescita di consenso ma occorrerebbe prepararsi a una lunga traversata nel deserto. Di contro potrebbe anche avvenire l’effetto opposto con una presa di distanza da parte di un’ampia compagine dell’elettorato, in particolare i mondi che hanno permesso ai partiti conservatori e sovranisti di raggiungere importanti percentuali elettorali allontanati da una linea di opposizione perpetua.

A dire il vero c’è una terza strada che si profila per Lega e FdI ed è l’appoggio esterno senza entrare in maggioranza, non assumendo perciò ruoli di governo ma valutando di volta in volta le misure adottate dal governo. 

Di sicuro occorre scegliere una posizione senza paraocchi ideologici, ponderando con attenzione le conseguenze cercando di valutare tutti gli scenari possibili. La crisi di governo e la scelta di Draghi, sono l’ennesima conferma che stiamo vivendo un periodo storico in cui il contesto politico cambia in modo repentino e il consenso elettorale registrato dai sondaggi muta con una velocità inaspettata, una scelta sbagliata oggi potrà rivelarsi compromettente per il futuro.