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Tra dichiarazioni e spot elettorali, qual è il piano del governo sull’istruzione?

di Adolfo Parente, in Politica, del

Il governo Lega–5Stelle manifesta un dinamismo politico-mediatico che sembra seguire una calibrata strategia comunicativa da “campagna elettorale”: ai decreti si affiancano le proposte normative, le dichiarazioni programmatiche e le intenzioni di futuri provvedimenti. Un attivismo veicolato, bulimicamente, attraverso i media: televisioni, giornali (cartacei e digitali), talk-show, web, social network, non dimenticando attivisti e simpatizzanti, sempre pronti a dar man forte. Succede così che l’attività legislativa vera e propria si confonda con proposte e dichiarazioni, fino a non distinguere più le une dalle altre. Occorre, quindi, prestare attenzione per capire la direzione verso la quale si muove l’esecutivo; una direzione che, sembrerebbe, una sorta di ritorno al passato. Non un passato indefinito e generico, bensì un preciso periodo della storia italiana, che va dalla fine degli anni di piombo alla crisi del 1992: sono gli anni del riflusso, del finto benessere diffuso, della nascita e crescita del debito pubblico e dell’assistenzialismo dilatato.

A fare da cartina al tornasole è il dicastero dell’Istruzione, da cui dipende la formazione e la cultura delle generazioni. Le affermazioni di Grillo sull’estrazione a sorte dei senatori e quelle di Casaleggio, sulla probabile futura futilità del Parlamento indicano che, per i due leader pentastellati, i fattori che favorirebbero la cosiddetta “ascensione sociale” andrebbero ricercati nella fortuna e nel caso (non più fortuna e virtù). In quest’ottica si può capire che elementi come la preparazione, il percorso di studi, il curriculum, la formazione culturale e professionale, assumono un valore effimero e transeunte. Le recenti esternazioni del Ministro Di Maio sul rientro dei docenti al Sud (materia non di sua competenza) confermano un certo disinteresse per la Scuola. Il Vicepremier sembra non tener conto della sovrabbondanza di insegnanti già presenti nel meridione; soprattutto parla della docenza come un mero impiego lavorativo, privo di quel senso di missione e passione che contraddistingue l’insegnamento, avanzando così una proposta assistenzialista che giova solo ad un limitato numero di docenti. Di Maio non considera il significativo contributo culturale della presenza di professori del mezzogiorno nelle aree settentrionali e viceversa. Presenza che ha determinato una crescita professionale per gli stessi docenti, offrendo loro la possibilità di confronto con modelli e stili diversi di società e, allo stesso tempo, ha permesso agli insegnanti di incidere con il proprio background sulla formazione degli studenti, favorendo anche la coesione sociale tra Nord e Sud.

La proposta di Di Maio rischierebbe invece di regionalizzare la preparazione, creando nuove forme di assistenzialismo con la conseguente marginalizzazione del Sud, statalizzato, rispetto ad un Nord industrializzato e imprenditoriale. Al contrario invece servirebbero politiche che favoriscano una maggiore interazione dei docenti con la scuola e con il luogo di lavoro, puntando su un sistema scolastico più evoluto, efficiente e all’avanguardia, che premi il merito e la professionalità. Un modello che delinei un impianto organizzativo differente, orientato verso gli studenti e che coinvolga direttamente i docenti nelle offerte didattiche. Il Ministro dell’Istruzione Bussetti ha parlato di fondi destinati all’edilizia scolastica. Piuttosto che recuperare stabili ormai fatiscenti, sarebbe auspicabile realizzare strutture moderne con attrezzature nuove e biblioteche ben fornite, con spazi dedicati allo studio, alla musica, al teatro, allo sport. Anche la chiamata diretta degli insegnanti, eliminata di recente da Bussetti al fine di contrastare odiose forme di favoritismo, andava invece potenziata e migliorata, seguendo l’idea di una scuola progredita e funzionante, dove si valuta con oggettività il curriculum e le capacità del docente di rispondere alle esigenze formative dell’Istituto e della collettività. Si tratta cioè di far ripartire la scuola con uno spirito innovativo e creativo, capace di guardare a modelli diversi, una scuola che favorisca la crescita culturale, educativa e professionale degli individui e della società; obiettivi chiaramente opposti e distanti dalla strada intrapresa dal governo.

Adolfo Parente


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