Sovranità e ricostruzione dello Stato: lezioni storiche del Patto di Londra 1915

di Redazione
16 Marzo 2021

La storia è una maestra severa.

Non perdona le decisioni e le valutazioni sbagliate, però ci lascia sempre lo spazio per osservarle e per creare il futuro in maniera più matura e più saggia.

Se teniamo al futuro, dobbiamo pensare ad esso come a una sfida generazionale indirizzata a lasciare una società migliore e organizzata, come a uno stato più forte e libero.

Un individuo, solo se profondamente consapevole di far parte di una lunghissima tradizione e altresì con forte consapevolezza della propria responsabilità intramontabile – sia nei confronti degli antenati, rispetto ai quali deve essere migliore, sia nei confronti dei discendenti, per i quali deve creare le basi affinché siano migliori di lui – può affrontare i suddetti interrogativi.

Le conclusioni della ponderatezza sono i mezzi, la conduzione delle azioni la base della sua politica e la traccia lasciata nel tempo.

Per tanti anni ho analizzato le conseguenze dannose delle decisioni dell’élite serba nel corso della Prima Guerra Mondiale.

L’idea non realistica ed utopistica della Jugoslavia, che annientava sia la tradizione dello stato serbo che i successi militari e l’eroismo, ha fatto sì che perdessimo il paese in poco più di ottant’anni, che subissimo atroci sofferenze e vittime, campi di sterminio e persecuzioni da parte di coloro che noi abbiamo liberato e per i quali abbiamo perso l’identità serba.

Il risultato catastrofico di tale decisione vede i Serbi non essere quasi più presenti nei luoghi d’origine, dalla Dalmazia al Kosovo.

Dove è andata a finire la capacità di giudizio ragionevole nei confronti degli interessi nazionali in un momento così critico per la nazione?

È stata oscurata dalla visione delle altre nazioni, dettata dagli interessi, dai quali siamo stati accecati.

Dopo di che non abbiamo più visto né la Serbia, né l’interesse serbo, né lo sbocco sul mare, né il rinforzamento dell’alleanza attraverso i giusti accordi.

A causa dello sguardo sfocato, abbiamo perso l’identità, la sovranità e la libertà di decidere.

Già da tempo mi turba la questione del perché abbiamo permesso il fallimento del Patto di Londra del 1915.

Ammetto, la colpa maggiore è quella della Serbia. Abbiamo sconsideratamente rifiutato del tutto di circoscrivere lo spazio nazionale dove vivevano i Serbi e di creare uno sbocco sul mare Adriatico. Diversamente, abbiamo combattuto per i territori in Croazia e Macedonia, da cui siamo stati quasi espulsi.

Se avessimo preso seriamente in considerazione i nostri interessi, i Serbi non avrebbero vissuto i campi di concentramento e l’enorme sofferenza della Seconda Guerra Mondiale, mentre gli italiani non avrebbero vissuto le foibe e l’espulsione dalla Dalmazia e dall’Istria nel dopoguerra.

Intuendo il terribile destino di entrambe le nazioni su quel territorio, l’esercito italiano salvò i Serbi in Dalmazia dai crimini nazisti dello stato Croato.

Se i Serbi e gli Italiani avessero difeso e seguito solo i propri interessi e avessero creato un patto solido, avrebbero mantenuto i territori d’origine uniti e avrebbero avuto parecchi decenni per fortificare i legami politici, economici e culturali. Le regioni dell’Est Adriatico ed i Balcani sarebbero stati completamente diversi.

La tragicità di questi errori e delle occasioni perse si è potuta vedere meglio attraverso l’attività ed il lavoro del grande scrittore italiano, Gabriele D’Annunzio.

Mai il combattimento, la sofferenza della Serbia e il riconoscimento del suo ruolo storico sono stati descritti così bene come nell’ Ode alla nazione serba di D’Annunzio nel 1915, anno in cui è caduta la Serbia sotto l’attacco della Germania e l’Italia è entrata nella Grande Guerra.

Mai la posizione dell’élite serba era stata così triste ed infelice come quando hanno deciso di difendere, nel 1920, dallo stesso D’Annunzio Fiume, la città che non ci è mai appartenuta, né etnicamente né geograficamente.

Fiume ha rappresentato il punto d’interesse dell’altra nazione Jugoslava e di tutte quelle nazioni dell’Europa che non volevano un’Italia forte.

Ammetto che solo D’Annunzio in entrambi i casi, così diversi fra di loro, è stato coerente con ciò in cui credeva.

Credeva che tutte le nazioni libere e autocoscienti dovessero lottare solo ed unicamente per i propri interessi e che questo fosse l’unico modo per rafforzare la propria potenza e l’alleanza tra di esse.

D’Annunzio rispettava la nazione e il suo ruolo storico, vedeva il senso nella lotta per la sua gloria e nell’adempimento della sua missione, sia quando scriveva le poesie sulla Serbia sia quando difendeva il diritto dell’Italia sulla città di Fiume.

Lui è stato condannato per la vicenda della città di Fiume da entrambe le élite politiche, serbe ed italiane, sotto la pressione di Parigi, Londra e Washington, per mano di Wilson, le stesse forze estere che hanno progettato il Patto di Londra escludendo dai negoziati la Serbia, per poi rinnegarlo a favore della nuova Jugoslavia, tradendo l’Italia.

Invece D’Annunzio è stato lungimirante sia nel 1915, difendendo la Serbia, che nel 1920, attaccando l’idea falsa serba jugoslava e sostenendo fortemente l’interesse della propria nazione.

Egli ha capito cosa rappresentasse una nazione libera e il diritto di difendere questa libertà a tutti i costi.

Anche il tempo ha dato una conferma di quello in cui lui credeva e di cosa parlava. Perché oggi Fiume non è né serba né italiana, e sono pochi i serbi e gli italiani residenti in Dalmazia e in Istria.

Oggi gli errori storici non possono essere corretti. La storia è una maestra severa. Tuttavia, una visione conservativa e sovrana della vita, che anch’io condivido, impone che sulla base dell’esperienza del passato venga formata una realtà migliore, sulla quale i nostri discendenti potranno costruire uno stato ancora più forte.

Se durante e dopo la Grande guerra fosse stato preso in considerazione un pensiero di tipo conservativo e sovrano, le utopie sarebbero state respinte e la realtà e la visione sana degli interessi avrebbero contribuito alla formazione di entrambe le nazioni.

Se ci fosse stata la consapevolezza della lunga tradizione – che fa nascere in noi la responsabilità intramontabile di fronte a tutti quelli che c’erano prima di noi e nei confronti di quelli che ci saranno dopo –, il nostro interesse, anche se piccolo, sarebbe stato difeso fermamente, perché siamo in debito esclusivamente con i nostri antenati e discendenti, non con le altre nazioni, né con gli stati o con gli interessi economici delle loro élite.

Dunque, la causa delle nostre sofferenze è l’assenza di una consapevolezza sovrana e tradizionale negli eventi storici decisivi.

Una volta questa consapevolezza è stata annientata dall’ideologia jugoslava e di Versailles, mentre oggi viene soppressa dall’ideologia mondiale e liberale di sinistra oppure dall’ideologia dei tecnocrati di Bruxelles.

La Serbia e l’Italia hanno una grande occasione di rinnovare l’idea di sovranità proprio durante questa crisi, e sembrano mostrare i segnali di essere pronte a farlo.

In questo modo si sarebbe creato un potenziale enorme di collaborazione e di scambio fra i due stati. Come se si mischiassero le aspettative irrealistiche e la solidarietà.

Le relazioni verranno costruite su altre basi, più salutari, il che non esclude alleanze e collaborazioni. Una visione degli interessi realistica, sobria e saggia ha sempre creato pace.

Le utopie hanno portato ai conflitti. Le utopie sono sempre state il frutto della concezione del mondo di sinistra.

L’insegnamento per la nostra epoca circa il Patto di Londra è che dietro ai progetti utopistici, che ci vengono imposti, come nel passato così anche nel presente, ci sono coloro che conoscono benissimo i propri interessi, senza badare al destino degli altri stati e delle altre nazioni.

E se gli altri stati non hanno l’autoconsapevolezza e gli interessi a lungo termine diventano solo un loro mezzo.

Le utopie di sinistra e le illusioni liberali servono a far realizzare gli interessi dei paesi specifici, di giri d’affari oppure di alcuni individui, a discapito delle nazioni che lo accettano ingenuamente o perché sottomesse.

Noi capiamo benissimo che la realpolitik nelle relazioni internazionali è sempre rappresentata dalla questione del potere fra gli stati.

Però, permettetemi, ogni stato ha il diritto al proprio pezzo di sovranità e il diritto di decidere il proprio destino.

Diciamo che in questi tempi di pandemia la Serbia e l’Italia decidono di importare il vaccino che vogliono oppure di produrlo nel proprio paese. Innanzitutto, una decisione del genere – anche se sembra di poca importanza – è rivoluzionaria, se considerata dal punto di vista del processo di decadimento riscontrato nei decenni e di espropriazione degli stati, in questo ambito rilevante. Dobbiamo occuparci dei nostri interessi e di quelli dei nostri cittadini, non degli interessi degli altri stati e delle loro élite d’affari.

Mettiamo da parte gli interessi geopolitici di altre forze statali in questa “guerra dei vaccini” e gli interessi delle loro aziende.

Difendiamo il nostro diritto sovrano di decidere il destino dei nostri cittadini.

Non permettiamo agli altri di regolare le nostre relazioni politiche e la collaborazione economica.

Facciamolo da soli, come due nazioni sovrane ed amichevoli.

E se riuscissimo a realizzare ciò e combattessimo per questo, significherebbe che abbiamo imparato dagli errori dei nostri antenati, che osservavano il destino delle loro nazioni attraverso l’ottica degli interessi altrui.

Il nostro compito, il compito di questa generazione, è quello di iniziare il rinnovamento della sovranità, visto che non possiamo proteggere i territori persi, e difendere fortemente gli interessi nazionali; il nostro compito è quello di proteggere prima le vite umane, successivamente i posti di lavoro e il futuro della gioventù, sviluppando innanzitutto l’industria e le nuove tecnologie attraverso la collaborazione e la stima di una nazione libera, sovrana e orgogliosa.

Dunque, dobbiamo essere di nuovo buoni con noi stessi, per poter poi essere buoni anche con gli altri. Solo in quest’ordine, mai più al contrario.

Dobbiamo essere sovrani.

Jovan Palalić

Deputato presso l’Assemblea nazionale Serba e Presidente del gruppo parlamentare di amicizia fra la Serbia e l’Italia