Sovranismo e religione. L’opinione di Gervasoni

di Redazione
5 Gennaio 2020

Il tema lanciato da Francesco Giubilei è talmente importante da meritare non solo un dibattito ma un convegno, se non una serie di simposi. Niente di meno che il rapporto tra sovranismo e religione, nel caso specifico tra cristianesimo e cattolicesimo, anche se occasione del suo intervento era la condotta da tenere nei confronti dell’attuale pontefice.

Mi limiterò qui a dire brevemente la mia, che è quella di chi non è credente ma difende il cristianesimo come un insieme di tradizioni, di costumi, e soprattutto di verità etiche ma anche filosofiche: il  «cristianista»  evocato da Giubilei nel suo pezzo, attraverso i casi di Charles Maurras e di Oriana Fallaci, anche se io vi aggiungerei quello del grande scrittore nazionalista francese Philippe Barrès che si definiva « ateo cattolico » (anche se poi si convertì)

La strada è quella tracciata da numerosi interventi di Papa Ratzinger ancora cardinale, soprattutto nei suoi scritti con Marcello Pera: agire come se Dio esistesse, cioè invertendo la teoria di Ivan Karamazov nell’omonimo romanzo di Dostoevski, per cui, senza più Dio, tutto è consentito, lecito e possibile.

E’ questa l’azione di reazione, nel senso di forza frenante, che a mio avviso devono esercitare i conservatori (termine che preferisco a sovranisti), visto che dagli anni Sessanta del secolo scorso siamo effettivamente entrati nella post cristianità, in cui tutto è permesso.

Questo approccio dovrebbe abbandonare quello del vecchio conservatorismo, soprattutto europeo, che faceva del credo religioso  di un politico, solo un fatto individuale e di coscienza: per cui all’interno di quel mondo potevano coesistere atei, persino anticlericali, assieme ad integralisti ed ortodossi. Questo era possibile perché la civiltà cristiana e i suoi valori rappresentavano l’orizzonte della società europea su cui la politica non doveva incidere; da qui la possibilità di separare la fede dall’agire politico. Ma dal momento in cui la politica si è mutuata in biopolitica, con l’obiettivo di trasformare i corpi, la natura e l’antropologia umana, si fa indispensabile un nuovo rapporto tra etica e politica, che non possono essere più intesi, come è stato nella modernità da Machiavelli in poi, come due orizzonti separati

Riguardo invece alla condotta da tenere nei confronti del Pontefice. Fondamentale è la distinzione teologico politica tra funzione, che ovviamente non solo un credente ma anche un ateo cattolico deve difendere e rispettare, e individuo che la incarna, che è criticabile, soprattutto quando non parla ex cathedra. Nel caso di Bergoglio però c’è un problema: siamo sicuri che l’individuo che la incarna, con le sue parole e i suoi comportamenti, non sia poi il primo a mettere in crisi la funzione, la chiesa stessa con le sue tradizioni, il suo contributo di verità? Se, poniamo un giorno, da un aereo, Bergoglio dicesse che l’aborto è moralmente accettabile perché la chiesa è in ritardo « di duecento anni », come diceva il Cardinale Martini, un cattolico dovrà obbedire? Dal mio punto di vista, ovviamente no, ma capisco che la posizione di un ateo cattolico si differenzi anche in questo da un fedele, cioè da un credente vero.

Marco Gervasoni