Ripensare la rappresentanza: la democrazia diretta e la lezione di Mortati

di Marco Bachetti
13 Gennaio 2019

Gli antichi greci avevano individuato essenzialmente tre forme di governo, destinate a ruotare tra loro dal momento che a ciascuna di queste forme era connaturata la relativa degenerazione. Il governo di uno solo (monarchia), il governo di pochi (oligarchia), il governo di tutti (democrazia). Secondo Polibio, la Repubblica romana aveva organizzato il suo governo adottando la “migliore costituzione possibile”, ovvero un sistema che riuniva in sé tutti i pregi delle tre forme di governo distribuendo il potere tra i vari organi politici: il consolato come surrogato della monarchia, il Senato dell’aristocrazia, le assemblee popolari (i comitia) della democrazia. Questo regime misto era ben congegnato perché gli organi della Repubblica si controllavano tra loro ed evitavano che uno potesse prevaricare l’altro. Cosa ci insegna dunque Polibio? La democrazia non è che un’opzione di governo, probabilmente da preferire alle altre due, ma che se lasciata a se stessa (senza pesi e contrappesi) corre il rischio di degenerare, esattamente come accade con la monarchia e l’aristocrazia.

Quelle che noi oggi conosciamo come le due forme possibili di democrazia (diretta e rappresentativa) ci conducono dritte verso la rovina della democrazia, se non si tiene conto di un principio basilare trasmessoci da uno dei padri del costituzionalismo come Montesquieu: ogni singolo ordinamento politico elabora una costituzione sulla base delle propria storia, dei propri costumi, delle proprie tradizioni e del proprio tessuto sociale ed economico. Non esiste dunque la costituzione universalmente migliore ma ciascuna costituzione può essere la migliore per un dato territorio. La democrazia diretta ha funzionato perfettamente nella piccola Svizzera cantonale mentre ha portato al nazismo nella Germania di Weimar. La democrazia rappresentativa è probabilmente il miglior sistema costituzionale laddove è stata partorita nel Regno Unito mentre produce una china chiaramente oligarchica o addirittura anarchica se esportata in Paesi estranei alla cultura politica occidentale.

La Costituzione italiana non è frutto di un lungo processo storico di sedimentazione, come nel caso della Confederazione elvetica o dell’Inghilterra liberale, ma è un prodotto giuridico redatto in meno di due anni da un’Assemblea costituente per restituire dignità, speranza e una prospettiva di sviluppo a un Paese in macerie dopo la fine della seconda guerra mondiale. Non fu dunque un punto di arrivo, nel quale condensare secoli di tradizione politica ma fu invece un punto di partenza verso una nuova ed inedita stagione democratica. La ricerca di una soluzione quale prodotto della contaminazione tra le varie culture politiche presenti in Assemblea costituente, con la mediazione della comune sensibilità cristiana, ci consegnò un testo in grado di interpretare nel migliore dei modi la società italiana dell’epoca. La scelta ricadde su un assetto fondamentalmente rappresentativo, basato sul forte ruolo di mediazione politica dei partiti e con piccoli (inizialmente insignificanti) correttivi di democrazia diretta. La nota formula della sovranità popolare, esercitata nelle forme e nei limiti della Costituzione (articolo 1) ha rappresentato il caposaldo di un sistema di natura delegante, una democrazia mediata nella quale la scelta del popolo è limitata all’elezione dei suoi rappresentanti. Alcuni come il grande costituzionalista Costantino Mortati avevano cercato nel dibattito in Assemblea costituente di promuovere una “funzione più ampia, di attiva partecipazione politica” del popolo mediante il principale strumento di democrazia diretta: il referendum. La proposta Mortati conteneva ben quattro tipi di referendum legislativi, non solo quello abrogativo (poi inserito all’articolo 75) ma anche referendum propositivo, sospensivo e risolutivo di conflitti tra Parlamento e Governo. Obiettivo di Mortati era quello di conseguire grazie allo strumento referendario “una maggiore educazione politica delle masse popolari, cosa da tutti auspicata, e lo sviluppo di una sana democrazia in Italia”; non trattandosi di uno sprovveduto, Mortati aveva perfettamente compreso che per realizzare questa democrazia sostanziale (e non solo meramente formale) non si potesse prescindere dalla centralità dei partiti, delle associazioni politiche e sindacali, un ruolo di educazione politica e formazione della classe dirigente volto a evitare che il popolo rispondesse ai quesiti referendari come espressione di un’entità indifferenziata (uno vale uno). Per far sì che il referendum fungesse da vero strumento di interpretazione della volontà e dei bisogni reali del popolo, senza trasformarsi in una leva antipolitica di delegittimazione del Parlamento, i partiti avrebbero dovuto “eccitare lo spirito politico del popolo, la sua sensibilità ai problemi politici e la sua capacità di intendere gli interessi generali”. Quello di Mortati suona come un appello alla militanza, alla partecipazione delle masse alla vita politica organizzata, appello che oggi potrebbe risultare anacronistico e superato dalla storia ma che è invece prezioso per non sviare il dibattito parlamentare di queste settimane sulla democrazia diretta e il referendum propositivo.

La proposta del Governo è rudimentale, contorta e le criticità non sono poche ma ha il merito di porre un problema reale: se abbiamo a cuore il futuro della democrazia (in Europa, non solo qui in Italia) è doveroso ripensare la rappresentanza parlamentare così come la conosciamo. Il populismo ha lanciato la sfida alla democrazia rappresentativa proclamando, per dirla con Margaret Canovan, la “vox populi senza mediazioni”. L’obiettivo è chiaramente quello di smascherare un sistema che permette al popolo di votare ma che concentra altrove, verso un’élite illuminata, il potere reale, come se la sovranità popolare fosse una mera illusione, una “menzogna necessaria”. Lo spettro populista incombe sulla democrazia, che è ora costretta a guardarsi allo specchio, a togliersi di dosso i panni sporchi e ricercare un nuovo paradigma che le consenta di aprire una nuova, felice stagione. Tenendo bene a mente (consiglio personale) la lezione di Mortati.