Referendum, l’arma in più di Renzi è un centrodestra senza argomenti

di Marco Bachetti
10 Ottobre 2016

“Non dire no, non dire no… adesso dimmi di sì” risuonava nel lontano 1970 uno dei tormentoni del celebre cantautore Lucio Battisti. Sempre in quell’anno il Parlamento dava finalmente attuazione dopo ben ventidue anni alla previsione costituzionale sui referendum approvando la legge 352. Iniziava così la storia repubblicana dell’istituto referendario. A distanza di molti anni un altro ragazzo canta lo stesso ritornello. Matteo Renzi ha infatti commesso il famigerato errore di legare la sua sorte di primo ministro all’esito del referendum costituzionale del prossimo 4 dicembre.

Una leggerezza, causata forse dall’eccessivo protagonismo e dalla tendenza narcisistica a fagocitare l’intero panorama politico nostrano. Certamente un errore, ammesso dallo stesso Renzi seppur in colpevole ritardo, ma probabilmente l’unico. Infatti il capo del Governo e segretario del Partito democratico è riuscito per l’ennesima volta a tendere una trappola perfetta ai suoi avversari politici, in particolare a quel centrodestra debole e smembrato ed assolutamente incapace di contrastarlo con efficacia.

Ma facciamo un salto indietro al gennaio 2015. Con una scelta unilaterale, il Pd impone Mattarella al Quirinale e Forza Italia rompe il Patto del Nazareno e con esso ogni possibile riforma condivisa. Ma nonostante il veto dell’intera opposizione, Renzi riesce a superare tutti i passaggi costituzionali previsti per l’approvazione della riforma a maggioranza assoluta. E contestualmente a varare la nuova legge elettorale per la sola Camera dei deputati, con correttivi spiccatamente maggioritari. Legge dapprima sostenuta e votata da Forza Italia e poi tenacemente avversata subito dopo l’elezione di Mattarella, invocando anche profili di incostituzionalità. La strategia di Renzi si rivela così vincente nel duplice intento di dividere e marginalizzare il centrodestra. Riforma costituzionale e legge elettorale costituiscono dunque un unico pacchetto di semplificazione del quadro istituzionale, da una parte con la riduzione dei tempi e dei passaggi dell’iter legislativo e dall’altra con l’assicurazione di una maggioranza schiacciante al partito di governo.

È doveroso riconoscere che il senso politico di questo intervento si pone in continuità con l’esigenza di razionalizzazione del parlamentarismo che ha contraddistinto l’azione delle varie commissioni bicamerali per le riforme riunitesi dagli anni ’80 in avanti. Temi quali il superamento del bicameralismo perfetto e la transizione ad una forma di governo neoparlamentare con esecutivo rafforzato costituiscono una costante presente in tutti i tentativi di riforma, compreso l’ultimo fallito nel 2006. Nel testo in esame vi sono certamente delle perplessità legate all’incertezza riguardo la composizione e le competenze del nuovo Senato e alla mancata costituzionalizzazione del “premierato forte”, che risulterà piuttosto dal combinato disposto con l’Italicum.

Tuttavia, il centrodestra può evidenziare le criticità della riforma per difetto, non certo per eccesso. In parole povere, può sostenere l’insufficienza delle misure di razionalizzazione ma appare francamente bizzarro quando denuncia lo scippo della democrazia, se vuole restare coerente con la sua storia recente e non trasformare l’opposizione a Renzi in uno squallido teatrino di opportunismo politico. In ogni caso anche una posizione più ragionevole come quella del “NO perché è troppo poco” potrebbe apparire come un velleitarismo perfettista che rischia solamente di bloccare per altri anni ancora ogni possibile riforma del sistema. Se non si cambia adesso, quando ci saranno nuovamente le condizioni per riprovarci? Dall’ultimo tentativo di riforma sono passati già ben 10 anni nei quali il IV governo Berlusconi, sostenuto da una maggioranza rilevante in Parlamento, non è stato in grado di produrre nulla.

Sul fronte del NO restano in campo due altre opzioni, entrambe però per differenti ragioni piuttosto deboli. La prima è un’opzione di carattere ideologico, invero appannaggio di una certa sinistra proporzionalista impaurita dalle possibili derive autoritarie e sostenuta da alteri professori e costituzionalisti più attenti a questioni formali che sostanziali. La seconda è invece di pura opportunità politica ed identifica la bocciatura della riforma con un voto contro il governo Renzi, nella convinzione che la vittoria del NO avrebbe come logica conseguenza le dimissioni del premier o il suo inevitabile deterioramento. I fautori dell’una non hanno ancora compreso che la crisi della democrazia parlamentare consociativa è irreversibile, avendo la sua radice nella debolezza strutturale dei nuovi partiti-movimento; quelli dell’altra per la stragrande maggioranza non avranno neanche letto il contenuto della legge ma hanno colto perfettamente l’errore di Renzi nel personalizzare la riforma e ritengono che questa sia la strada più veloce per mandarlo a casa. In conclusione, a meno di due mesi dal referendum il centrodestra non ha ancora trovato una strategia efficace con la quale rapportarsi a questa riforma costituzionale dopo aver sprecato gli scorsi mesi a ripetere slogan falsi o privi di senso da “Renzi sta abolendo la democrazia” fino a “non vogliamo un Senato di nominati”. Ma qui la posta in gioco è un’altra, quella di rappresentare un’alternativa credibile e consapevole della stringente necessità di un rinnovamento del sistema parlamentare. E che si metta subito al lavoro per sanare le varie imperfezioni e storture di questa riforma, programmando un’alternanza di governo e ponendo un freno al mestiere di professionisti dell’opposizione.