Quel sistema proporzionale che non serve all’Italia

di Pasquale Ferraro
18 Gennaio 2020

La storia dello sviluppo costituzionale e politico del nostro Paese può essere raccontata attraverso l’evoluzione delle nostre leggi elettorali. Non è un caso che instabilità e durata minima dei governi abbiano caratterizzato la nostra tradizione politica tanto statutaria, quanto repubblicana. Così come non è un caso che questa difficoltà di garantire una stagione di governo stabile, anche minima – nei termini costituzionali di una legislatura – è stata spesso causa dell’incapacità di costruire politiche tali da incidere profondamente sul Paese. Non pochi sono stati i tentativi, negli ultimi anni, di intervenire sulla riforma elettorale, con esiti più negativi che positivi: si pensi al Porcellum, cassato dalla Consulta, all’Italicum, creazione renziana che non ha mai visto la luce, per finire poi al Rosaatellum, compromesso dell’ultima ora per impedire al centrodestra di salire al governo.

Difatti, la storia delle riforme della legge elettorale è anche segnata da una volontà dei soggetti promotori, di impedire all’avversario dato per favorito di poter avere i numeri per governare. Questo cinismo, fine a se stesso, non solo ha provocato un vulnus determinante per  provocare uno stato perenne di ingovernabilità, che ha dato adito a dinamiche che, seppur costituzionali, non hanno tenuto conto della volontà degli elettori nelle dinamiche politiche.

Per questo non si può non rimanere inorriditi dinanzi alla proposta che il Presidente della Commissione Affari Costituzionali della Camera dei Deputati – il deputato grillino Brescia – ha avanzato per superare una stagnazione politica: Brescia propone di affondare il Paese in una stagnazione che si aggrava del grado della perennità. Proporre il sistema proporzionale significa far piombare l’Italia in uno stato comatoso, che diverrebbe irreversibile e, da un punto di vista meramente politico quanto storico, appare totalmente fuori luogo.

A coloro i quali identificano il proporzionale come il sistema più equo, va ricordato che, durante gli anni della prima repubblica, il proporzionale poggiava sulla solidità del sistema politico formato da partiti “rigidi”, che garantivano una stabilità politica anche in mancanza di quella governativa come la storia di quegli anni ci insegna. Oggi, invece, il sistema politico italiano è caratterizzato da un sistema di movimenti “liquidi”, per lo più leaderistici, e da pulsioni di piazza che ben poco posseggono del concetto di stabilità: solo questo dovrebbe far desistere un legislatore lungimirante dal solo proporre derive proporzionalistiche. Purtroppo, però, sappiamo che, nelle ultime stagioni, la lungimiranza non è stata una qualità per cui la classe politica  si è contraddistinta.

La Consulta dalla sua ha dichiarato “inammissibile”, perché “eccessivamente manipolativo” il referendum proposto dalla Lega per trasformare il Rosatellum in una legge totalmente maggioritaria: questo potrebbe condurci verso un proporzionale senza uscita.

La stessa proposta della maggioranza inserisce alcuni elementi destabilizzanti e preoccupanti come il “diritto di tribuna”: si tratta di una norma che, se dovesse superare l’esame in commissione, rischierebbe di consegnare un futuro parlamento alla mercé di piccoli partiti provocando cosi una frammentazione nociva per una Repubblica mal concia come la nostra.

Purtroppo, le riforme auspicabili appaiono distanti dagli orizzonti dei partiti di governo, i quali pare siano più interessati a  costruire un sistema che impedisca al centrodestra di avere i numeri per formare una maggioranza – anche questo è un cliché degli ultimi decenni – che a costruire un sistema elettorale che alle prerogative costituzionali soggiunga il rispetto della volontà degli elettori che in democrazia dovrebbe essere sempre sacrosanta e prevalente. Non ci resta che attendere l’esame in commissione e lo sviluppo del dibattito politico, sperando che le pulsioni proporzionaliste si consumino in una presa di coscienza della realtà delle cose.