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Quale futuro per Forza Italia?

di Luca Proietti Scorsoni, in Politica, del

È di una visione che abbiamo bisogno. Poi, a cascata, anche della capacità di tornare ad attrarre nuove energie. Gli altri, vedi il M5S e il PD, sono custodi più o meno consapevoli di queste peculiarità. Ripeto: visione e capacità attrattiva. Dei grillini possiamo dire tutto il male possibile, denigrarli per la loro atavica intolleranza, scimmiottarli a fronte di un senso sgrammaticato che hanno della politica e delle istituzioni. Però presentano una visione, un nocciolo ideologico-progettuale, per dirla alla Campi, che si sostanzia nel dissolvimento della democrazia rappresentativa. Volenti o nolenti è così, al di là delle sfumature interne pur presenti su questo tema. I democratici dal canto loro, se al momento si caratterizzano per una prospettiva metapolitica da mettere ancora a fuoco, dall’altro vedono ingrossare le proprie fila da chi è del tutto intenzionato a rendere nitido il loro domani. Penso a Carlo Calenda e al suo recente manifesto progressista e liberal pubblicato dal Foglio ma anche a quel Marco Bentivogli che, per quanto in modalità carsica e, al momento, senza particolari coinvolgimenti partitici, sta lavorando sul piano sindacale per far attecchire finalmente in questo Paese un sano riformismo nelle relazioni tra le associazioni datoriali e quelle di categoria. Ebbene, Forza Italia ad una smaccata miopia programmatica affianca per altro un’afonia che non solo gli impedisce di attrarre personalità nuove all’interno del suo spazio politico ma rende vano qualunque tentativo di dialogo con ambienti esterni. Si pensi, per fare un esempio, a quelle figure professionali avvicinatesi al movimento negli ultimi anni: Toti, Galliani e Mulè. Al di là dei meriti e delle competenze di ciascuno non si può non osservare come questi provengano da altri pianeti dello stesso universo berlusconiano: chi dal mondo mediatico, chi da quello sportivo / manageriale e chi dall’informazione. Insomma, il bacino è lo stesso e contiguo a quello forzista. A ciò poi si deve aggiungere che l’idea per la quale qualcuno – via, diciamolo: Galliani – sia entrato nel partito oltre che, voglio ribadirlo, per indubbie doti organizzative anche per necessità di collocamento, dopo la vendita del Milan, è un pensiero difficile da mandare via. Ma l’aspetto più preoccupante, l’ho accennato inizialmente, è quello legato ad un traguardo smarrito verso il quale tendere. Scomparso assieme alla consapevolezza identitaria del disegno originario. Di questi tempi parlare di Stato Minimo all’interno di Forza Italia dubito porti ad una seria presa di coscienza del proprio essere oltreché del divenire di questa avventura che pare invece esaurirsi. Forse qualcuno potrebbe avere tutt’al più l’audacia nel criticare a spada tratta un utopia del genere non perché considerata tale ma in quanto offensiva di una sensibilità sociale che, al contrario, in caso di ritorno alla rotta iniziale ne trarrebbe ampio giovamento. Non lo dico io ma gente come Antiseri, Von Hayek e Friedmam. A volte questo partito, il mio partito, mi ricorda l’orchestrina del Titanic. In quel caso la fine venne sancita da un incidente di percorso ma almeno si sapeva quale doveva essere la meta. Qui in aggiunta brancoliamo nel buio. I voucher sono si degli aiuti alla navigazione. Ma quello che manca è un faro che illumini la notte fonda e indichi la strada da percorrere.

Luca Proietti Scorsoni

Luca Proietti Scorsoni


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