Oriana Fallaci in vendita a Teheran: persino in Iran c’è più pluralismo che al Salone

di Alessandro Rico
9 Maggio 2019

Nel 2019, in Italia, governatori ex comunisti e sindaci, anzi sindache (o sindachesse?) “del cambiamento” fanno quadrato per escludere un editore da una kermesse libraria. E lo denunciano per apologia di fascismo. Perché nel 2019, in Italia, esiste questo bizzarro reato d’opinione (non ci erano arrivati neppure i padri costituenti, freschi di guerra civile, i quali avevano proibito solo la ricostituzione del partito fascista). E anche se un editore pubblica tanti titoli che non hanno niente di nostalgico, persino se pubblica una biografia dell’attuale ministro dell’Interno, il sindaco e la governatora… padron, il governatore e la sindaca dicono che per lui, al Salone del libro, “non c’è spazio”. Ad Altaforte viene proprio smontato lo stand. Curiosamente, lo si perseguita alla stessa maniera con cui gli ebrei sono stati a lungo perseguitati in Occidente (vietando loro di esercitare un’attività). Praticamente, la sua presenza al Salone torinese diventa un atto di disobbedienza civile. Fin qui l’Italia.

Pochi giorni prima, il 4 maggio, a Teheran si era invece conclusa l’annuale Fiera del libro. L’Iran, lo sappiamo, non è un Paese islamico radicale, ma il regime degli ayatollah non è nemmeno un paradiso di emancipazione femminile e rispetto degli omosessuali, persino della loro incolumità fisica. Tutt’altro. Secondo gli standard delle nostre presunte democrazie liberali, l’Iran è una teocrazia oscurantista, violenta, naturalmente illiberale. Eppure, alla Fiera del libro di Teheran c’era uno stand con quasi tutti i libri (tradotti in persiano) di Oriana Fallaci. Sì, Oriana Fallaci: una delle più feroci fustigatrici dell’islam. Nessun ayatollah ha invocato la sharia, nessuna fatwa contro editore ed espositore, nessun appello di intellettuali musulmani, nessuna Michela Al Murgiah a lanciare la disputatio sull’opportunità di partecipare alla rassegna accanto ai libri dell’infedele. Nel 2019, insomma, agli antifascisti di professione arriva una lezione di pluralismo. Dall’Iran.