Nuova parola d’ordine: Resilienza!

di Marco Bachetti
23 Luglio 2020

Nelle Conclusioni del Consiglio europeo del 17/21 luglio si legge che gli Stati membri presenteranno ‘Piani Nazionali per la ricostruzione e la resilienza‘, che saranno valutati dalla Commissione europea e approvati a maggioranza qualificata dal Consiglio. In sostanza le istituzioni europee e gli altri Stati (il Consiglio altro non è che l’istituzione intergovernativa dell’Ue) decideranno se autorizzare o no le richieste di pagamento provenienti dagli Stati membri, sulla base dei programmi presentati. Al di là del vincolo esterno che ben conosciamo, qui si è deciso di istituzionalizzare una parola entrata da qualche anno nel gergo comune della tecnocrazia europea. Cosa sarà mai questa resilienza? È un concetto che nasce in metallurgia per indicare la capacità di un metallo di resistere alle forze che vi vengono applicate, dunque di adattarsi alle circostanze e all’usura del tempo. Un metallo resiliente è l’esatto opposto di un metallo fragile. Questo concetto è stato poi trasposto in campo psicologico per indicare la capacità di un individuo di far fronte a condizioni avverse ed eventi traumatici, non arrendersi ma riuscire a cogliere le opportunità che di volta in volta la vita ci offre. Non abbattersi insomma ma essere resilienti dinanzi a piccoli o grandi traumi come una delusione sentimentale, la perdita del lavoro o una malattia. Fin qui nulla di male, la produzione artistica letteraria, musicale, cinematografica è piena di storie di resilienza individuale, di riscatto personale. Se però non applichiamo questo concetto ai metalli o ai singoli individui bensì alle comunità, ai gruppi sociali le conseguenze sono molto diverse. La resilienza in senso sociologico, dunque politico ed economico, si basa sull’assunto che il modello socioeconomico dentro il quale viviamo sia dato, una gabbia dalla quale non si può uscire salvo costi drammatici e insostenibili. Le comunità devono sapersi quindi adattare alle circostanze, anche se queste non sono sempre determinate da fattori esogeni, imprevedibili e difficilmente controllabili (una pandemia), ma spesso da fattori endogeni cioè originati dentro il sistema economico e frutto di scelte di carattere politico, non già di fenomeni naturali. La resilienza in senso sociologico è dunque un precipitato dell’ideologia della fine della storia: se il mercato unico globale basta a se stesso ed è l’approdo finale dell’umanità, ogni forma di conflitto deve esse sterilizzata, i luoghi sacri della storia svuotati e privati di ogni loro significato. Perché mai allora le comunità nazionali, territoriali, sociali si dovrebbero organizzare per cambiare l’ordine costituito? Questo è il migliore dei mondi possibili, se le circostanze sono negative, basta essere resilienti e prima o dopo le cose si sistemeranno. La politica fuoriesce dalla sua origine etimologica greca, la medesima di pólemos ossia conflitto, e diventa mera gestione dei processi dentro una realtà effettuale, immodificabile e ineludibile. Quando nel 1947 i Paesi europei ricevettero gli aiuti finanziari per la ricostruzione del dopoguerra da parte degli Stati Uniti, lo slogan del famoso piano Marshall era “whatever the weather, we only reach WELFARE TOGETHER”. A dispetto delle circostanze avverse, della povertà e della distruzione originata dalla guerra, grazie alla solidarietà tra popoli avremmo potuto raggiungere il benessere comune, di tutti (welfare together). La resilienza sociale invece è l’esatto opposto della solidarietà, non prevede un impegno comune per cambiare le cose e aiutare il nostro prossimo bensì un adattamento proattivo alle circostanze per conseguire l’unico ideale residuo del mondo moderno: il successo personale del self-made man, rispetto al quale la comunità, sia essa la propria famiglia, città, scuola o azienda, assume una valenza meramente ancillare. Non c’è dunque da sorprendersi se l’Unione europea fondata sul principio di concorrenza, e solo ipocritamente anche su quelli di solidarietà e sussidiarietà, si sia tanto invaghita della resilienza sociale e ne abbia fatto un palliativo, un’arma di distrazione di massa per giustificare la sua natura tecnocratica, “senza calore, senza vita ideale, sovrastruttura superflua e a tratti anche oppressiva”, come ebbe a dire De Gasperi che dell’Europa fu padre fondatore ma che con questa Unione nulla ha da spartire.