L’origine del politicamente corretto nel nuovo libro di Eugenio Capozzi

di Redazione
11 Dicembre 2018

Sene parla in misura sempre crescente. E in termini maggiormente critici visto che anche una rivista come MicroMega ha intitolato in maniera non equivoca il numero 6/2018: Contro il politicamente corretto. Ma di cosa parliamo quando parliamo di politicamente corretto? Un particolare modo di esprimersi? Una forma più raffinata di comunicazione politica? A sgombrare il campo dalle molteplici ambiguità sul temaci ha pensato lo storico Eugenio Capozzi nel suo volume Politicamente corretto. Storia di un’ideologia, uscito recentemente per Marsilio.

Un’analisi storica del politicamente corretto

La novità più importante di questo libro è il tentativo di fornire un’analisi storica di questa “nuova cultura diversitaria” inserendola nel suo contesto, definendone la natura e cercando di ricostruirne le origini. Come sottolinea lo stesso autore nella premessa del libro, “la tesi di fondo che mi propongo di sostenere è che la retorica politicamente corretta – con la sua impostazione di ‘catechismo civile’ e la sua strutturale tendenza alla censura – non è una degenerazione del linguaggio, un tic del discorso pubblico contemporaneo o una moda delle classi colte. Rappresenta invece l’espressione di un’ideologia, impostasi nelle società occidentali nell’ultimo mezzo secolo, paradossalmente mentre il luogo comune dominante sosteneva la ‘morte delle ideologie’. Essa non va dunque osservata soltanto nelle sue manifestazioni folcloristiche, nelle sue contraddizioni o incongruenze logiche, ma va compresa a partire dalle idee politiche e filosofiche che traduce in morale pubblica”. Il politicamente corretto viene quindi a delinearsi come la manifestazione visibile di un pensiero progressista “inteso come ideologia neo-gnostica che prevede di portare la felicità sulla terra attraverso un progetto politico. Il neo-progressismo a cui il politicamente corretto fa riferimento nasce con la ribellione generazionale degli anni Sessanta e diventa l’ideologia dominante delle classi dirigenti dell’ultimo mezzo secolo”. L’obiettivo è fondamentalmente culturale ed è il tentativo di modificare la mentalità delle società occidentali in quanto basata sulla discriminazione, sulla disuguaglianza e sull’imperialismo per approdare a una condizione di naturale armonia, una sorta di Edenin terra. Tuttavia, per i sostenitori del politicamente corretto non è sufficiente ridefinire razionalmente la natura umana bensì è necessario abbracciare un relativismo assoluto in grado di parificare idee, culture e stili di vita in totale contrasto con la tradizione storica dell’Occidente. Dopo aver delineato gli obiettivi culturali di questa ideologia, Capozzisi chiede quali siano le origini di questo fenomeno e le fa risalire alla crisi del comunismo e all’ondata di rivolta generazionale dei babyboomers,due momenti precisi della storia degli anni Sessanta che, combinandosi tra loro, hanno generato il neo-progressismo di cui il politicamente corretto è diventato la “retorica ufficiale”.Lo storico napoletano sottolinea poi come anche nelle modalità di manifestazione sono presenti degli elementi di novità in quanto “[il pensiero neo-progressista] si diffonde con mezzi diversi rispetto al passato, soprattutto con l’intrattenimento e le culture di massa.Ma ciò non toglie che abbia un fondamento ferreo, che è proprio il relativismo radicale che si è affermato in maniera decisa a partire dagli anni Sessanta”. E Capozzi rincara la dose quando sottolinea che il politicamente corretto è un’ideologia intrisa di falsa coscienza,un racconto ipocrita che cela gli interessi di quei “nuoviborghesi”, ribelli negli anni Sessanta e divenuti classe dirigente negli anni successivi.A questo punto l’analisi dello storico napoletano si concentra sulla radice economica del politicamente corretto. Essa trae origine dagli interessi della borghesia della conoscenza (“una borghesia senza radici”), non più legata all’industria fordista o alla proprietà fondiaria ma basata sulle nuove tecnologie, su Internet e sull’hi-tech avendo come riferimento personaggi come Steve Jobs,Bill Gates o il “nipotino” Mark Zuckerberg. Non è quindi un caso che il politicamente corretto sprigioni la propria “prepotenza”nel mondo della cultura, del giornalismo, della comunicazione e inambiti precisi come le organizzazioni internazionali o le Università. Date queste premesse, non potevano certo sfuggire all’influenza del neo-progressismo anche le classi politiche occidentali, in particolare quelle dell’ultimo trentennio. Nelle pagine del suo libro, Capozzi delinea anche i “quattro dogmi” del politicamente corretto partendo dal “relativismo culturale”, secondo il quale le differenti culture e le diversità religiose devono essere considerate tutte sullo stesso piano sfociando, come prospettiva finale, in un multiculturalismo virtuosodove l’integrazione globalizzata consente di eliminare qualsiasitipo di conflittualità. Vi è poi la corrispondenza tra desideri e diritti. Sotto questo punto di vista, l’essere umano è libero di perseguire qualsiasi tipo di desiderio senza incappare in alcun tipo di censurao, tantomeno, repressione perseguendo così la totale liberazione delle sue pulsioni. In terzo luogo, non esiste la centralità dell’uomo rispetto all’ambiente in quanto il neo-progressismo considera l’umanità solamente unelemento del generale equilibrio naturale. Infine, esiste una ferrea coincidenza tra identità e autodeterminazione tanto da poter sintetizzare quest’affermazione con l’espressione “voglio dunque sono”. Nell’ottica di questo pensiero, la storia e la cultura occidentalesono messe sul banco degli imputati con due importanti conseguenze:da una parte, essere maschi occidentali bianchi è considerata unacolpa (“l’Occidente che odia sé stesso”) e, dall’altra, èche “l’Altro” (culture extraeuropee, religioni non cristiane,l’islam, galassia LGBTQ), nell’ideologia neo-progressista, si pone sempre su un piano eticosuperiore.

Esiste una via d’uscita?

L’esplosionedi grandi questioni come la crisi economica, la crescente insicurezzae l’immigrazione incontrollata sta mettendo progressivamente incrisi il politicamente corretto che non riesce ad aver più, comealcuni anni fa, una presa salda sull’opinione pubblica dellesocietà occidentali. Nel momento in cui la globalizzazione ha fatto sentire i suoi effetti negativi con le delocalizzazioni e con la digitalizzazione dell’economia e i ceti medi hanno incominciato a impoverirsi economicamente e socialmente, il politicamente corretto s’ètrovato di fronte una crescente opposizione di movimenti e partitiche, molto sbrigativamente e superficialmente, sono stati battezzati come “populisti” e “sovranisti”. E proprio da un punto di vista politico, s’è assistito alla ridefinizione dell’intero dibattito pubblico oltrepassando il tradizionale asse destra/sinistra per approdare a una lettura establishment/popolo. Nelle sue conclusioni, Capozzi si chiede se l’ideologia del politicamente corretto sia entrata nella sua parabola discendente e se esistono delle alternative di carattere politico e culturale in grado di superare quello che sembra un panorama di macerie morali e intellettuali. Da questo punto di vista, una concreta speranza è costituita da quelle generazioni che, cresciute sotto il regime culturale del politicamente corretto, hanno ormai maturato una sorta di impermeabilità all’influenza conformista di questa ideologia e sono diventate depositarie di una sorta di scetticismo di fondo verso la retorica del neo-progressismo.

Simone Morichini