L’emergenza coronavirus e quel deficit di attenzione che ha colpito le democrazie

di Enrico Ellero
23 Marzo 2020

La tempesta coronavirus si sta abbattendo violentemente sulle nostre vite, sulla nostra quotidianità, sui nostri rapporti umani. Intere generazioni di inguaribili ottimisti, cresciuti in epoche di pace e di prosperità, si trovano a fare i conti con un fenomeno che molti avevano relegato ai libri di storia: una pandemia. Ma la storia, questa ne è solo l’ennesima conferma, non è mai finita, non ha smesso di perseguitarci con le sue insidie, i suoi traumi, la sua imprevedibilità.

La questione è talmente seria che è riuscita a monopolizzare completamente il dibattito pubblico, facendo passare in secondo piano tutto il resto. E non è una cosa da poco per un’opinione pubblica abituata soltanto al chiacchiericcio politico, al pettegolezzo, al nazionalpopolare. Un’opinione pubblica che, diciamocelo francamente, parla spesso del nulla, si divide sul nulla, polemizza sul nulla.

Una sorta di Truman Show in cui Truman siamo tutti noi, dal cittadino comune alla classe politica, rinchiusi in una bolla da cui la storia improvvisamente ci costringe ad uscire. Ed ecco che le priorità tornano ad essere altre, i grandi temi tornano prepotentemente sulla scena, tutti sembrano interessarsi a cosa succede dall’altra parte del globo.

Si discute di scienza, sanità, libertà e sicurezza, tecnologia e controllo, autoritarismo e democrazia, confini e globalizzazione, insomma di tutto ciò che dovrebbe catturare l’attenzione di un’opinione pubblica matura in un paese maturo, che evidentemente non siamo. Perché non lo siamo? Perché abbiamo bisogno che la storia ci crolli addosso per ricordarci che esiste? Perché siamo così distratti? Lungi da me rivolgere una critica soltanto al sistema Italia, credo che il problema sia a monte e riguardi tutti le “democrazie dell’intrattenimento” occidentali. Paesi in cui la politica è sempre più uno show, in cui si parla solo di ciò che è facilmente spendibile dal punto di vista elettorale, in cui ci si aggrappa ad ogni dichiarazione dell’avversario politico per metterlo alla gogna, ma non ci si scontra mai sui contenuti. Una politica vuota, di facciata, subordinata alla comunicazione, indistinguibile, appunto, dall’intrattenimento.

La politica di oggi è fatta di maschere plautine, tipi fissi, stereotipi, che recitano sempre lo stesso copione, la stessa parte. La parte che lo spettatore si aspetta che recitino. Il fine ultimo è accontentare lo spettatore, non recitare bene. Si segue la corrente, non la si indirizza.

Sia chiaro, la democrazia si fonda sul consenso popolare e non si può arrivare al vertice senza consenso. Dunque l’idea di conquistare gli elettori, di “piacere”, di essere popolari è insita nella natura del sistema democratico. Il problema nasce quando il consenso diventa l’unica variabile rilevante, quando ogni ragionamento di lungo periodo viene risucchiato dallla velocità del ciclo politico, quando si sposta coscientemente l’attenzione dell’opinione pubblica su temi banali, microscopici, puramente mediatici sapendo che possono fare facilmente presa se ripetuti all’infinito.

Da anni Niall Ferguson parla del “deficit d’attenzione” americano in politica estera, cioè dell’incapacità di elaborare e implementare strategie di lungo periodo a causa dei vincoli interni stringenti, in primis il consenso necessario per rimanere alla Casa Bianca, che distraggono continuamente l’esecutivo e riducono la politica ad una campagna elettorale perenne. Temo che questo concetto sia tremendamente attuale anche in Italia e non valga soltanto per la politica estera, ma per la politica in generale. Il deficit d’attenzione si sta cronicizzando e ci sta rendendo incapaci di distinguere ciò che è veramente importante da ciò che è soltanto spazzatura mediatico-elettorale.

Poi però è arrivata una doccia fredda, ghiacciata, che ci ha riportati tutti, e la politica in primis, coi piedi per terra. Una classe politica di attori teatrali che recitano soltanto un copione non è ovviamente in grado di improvvisare, di uscire dagli schemi, di affrontare le emergenze vere quando si presentano. E non è in grado nemmeno di comunicare, perché qui non basta il politichese, non basta il linguaggio virale da social network.

Nessuno di noi può sapere cosa succederà una volta finita questa epidemia, nessuno può dire con certezza quali cambiamenti apporterà alla nostra vita quotidiana e alla società in cui viviamo. L’unica speranza è che l’epoca delle democrazie dell’intrattenimento sia al capolinea e che la manifesta incapacità degli attori e dei comici che ci hanno guidato e ci stanno guidando ci faccia capire quanto è importante avere una classe politica all’altezza delle grandi sfide che abbiamo di fronte.