Le parole del nuovo segretario CGIL Landini spiegano la crisi della sinistra

di Roberto Siconolfi
29 Gennaio 2019

La CGIL col XVIII Congresso del 22-25 gennaio, tenutosi a Bari, ha eletto Maurizio Landini come nuovo segretario generale.

Le prime mosse del segretario neoeletto hanno dello “sconcertante”.

Innanzitutto i soliti inchini verso ANPI e “politicamente corretto” (questione migranti e pericolo fascismo in Italia). Questi sono da un lato comprensibili, alla luce dell’impostazione ideologica della CGIL, dall’altro però ci fanno capire quanto tutto un ceto politico, sindacale, accademico e culturale sia, oramai, completamente “fuori dalla realtà”.

In fin dei conti è un peccato dover costatare, anche per chi non sposa una visione del mondo “progressista”, come la cosiddetta “sinistra” italiana debba naufragare, pur di non “sforzarsi”, per motivi di interesse o meno, a comprendere le sfide della società attuale.

Eppure sarebbe utile, per un panorama politico completo e sano, avere una forza “di sinistra” che lotti per la sovranità economica e monetaria, la protezione dell’industria nazionale, la regolamentazione dei processi migratori, e l’affermazione di “nuove intelligenze” in ambito culturale.

I fatti più sconcertanti tuttavia sono due: la contrarietà al provvedimento sul reddito di cittadinanza e una dichiarazione quantomeno “curiosa” di Landini sul fatto che “abbiamo due vicepremier che si occupano di povertà e lavoro senza mai essere stati poveri e senza mai aver lavorato”.

Un movimento sindacale non può contrastare una misura che va a vantaggio dei ceti sociali disagiati. Seppur orientato in senso “laburistico”, un sindacato dovrebbe comunque difendere queste categorie.

Poi, secondo il decreto legge, che è fino a prova contraria un atto amministrativo “ufficiale”, il reddito viene elargito “solo” ed “esclusivamente” in cambio di prestazioni e formazioni lavorative.

Per Landini “oggi si è poveri anche lavorando. Andava allargato lo strumento del passato Governo, il Rei, ampliando risorse e strumenti”. Quindi la sua proposta comunque non coglie la mancanza del provvedimento che, casomai, è carente proprio nell’escludere, una importante fascia di disoccupati.

Invece, la dichiarazione sul fatto che Di Maio e Salvini non abbiano fatto un giorno di lavoro, va analizzata da due punti di vista entrambi validi. Da un lato va ricordato che per fare politica, in maniera seria, non bisogna per forza aver lavorato. È un concetto relativamente recente, almeno in Italia, quello del politico che viene dal mondo del lavoro, magari dall’impresa modello self made man berlusconiano.

La politica è, per non dire una professione, una vera e propria “arte” e il politico bravo è quello che riesce a coniugare questa “arte” con la risoluzione dei problemi.

Questo stesso discorso vale anche per il sindacato, un tipo di prassi, quella sindacale, per la quale si è portati per “predisposizione naturale”. Infatti, non si chiede a un sindacalista “dove e quanto” abbia lavorato, ma di saper gestire e vincere le rivendicazioni sindacali.

Inoltre, guardando la questione dall’altro lato della medaglia, sorgerebbe spontanea la considerazione su “quanto abbiano lavorato la maggior parte dei quadri sindacali CGIL”, di tutti i livelli.

Dovremmo entrare nelle pieghe del ragionamento e analizzare a fondo quella gigantesca “megamacchina corporativa” che è la CGIL, appunto.

Una struttura che, da molto tempo, non segue più la questione lavorativa ed economico-sociale da un punto visa “alto”, di “servizio”, di “principio” in base al quale determinate conquiste vanno difese “a spada tratta”, qualunque sia il governo in carico – compresi quelli di centro-sinistra.

Oramai son rimaste tutta una serie di “rendite di posizione”, burocratiche o mosse da tornaconto economico, che agiscono come una qualunque “lobby affaristica”, con la differenza di ammantarsi di principî virtuosi – secondo un copione sin troppo noto nella nostra epoca.

Alla sana, seppur faziosa, dialettica conflittuale nei luoghi di lavoro, si è sostituita la “lotta per lo spicciolo” – quando governano gli amici –, e la mobilitazione senza senso su parole d’ordine vetuste – quando governano i nemici.

Tuttavia, il fatto grave è che questa “megamacchina” gestisce incarichi, clientele, situazioni di privilegio dove se non fai parte del circuito – insieme a COOP, PD e associazionismi vari di sinistra –, sei escluso anche se meriti.

Oggi risulta difficile immaginare un posto di rispetto per questo sindacato e per tutto un sindacalismo “ideologicamente orientato”, sempre più legato all’“interesse corporativo”, piuttosto che a quello complessivo “nazionale”.

Sarebbe il caso di iniziare ad ideare “nuove strutture”, in grado concepire ed accettare le sfide del presente, anche alla luce della nuova ondata politica “populista/sovranista”.