L’assoluzione dell’aborto sancisce la deriva progressista della Chiesa

di Luca Fumagalli
23 Novembre 2016

La conclusione del “Giubileo della Misericordia” ha scatenato, come inevitabile, la solita scia di polemiche. In questi giorni le colonne dei giornali sono state riempite dalle roboanti dichiarazioni di Bergoglio e dai giudizi temerari di un pletora di vaticanisti improvvisati. C’è chi, assuefatto dallo spirito del tempo, ha colto l’occasione per elogiare ancora una volta l’operato dell’argentino; altri, al contrario, hanno puntato il dito contro le cifre, tutt’altro che rassicuranti, che indicano un’affluenza di pellegrini nella Città Eterna ben al di sotto delle aspettative.

L’ultimo dibattito in ordine di tempo ha riguardato la presunta apertura del Vaticano nei confronti dell’aborto. Nella lettera apostolica «Misericordia et misera», pubblicata il 21 novembre, si accenna infatti alla possibilità per tutti i sacerdoti di assolvere in confessione i responsabili del peccato di aborto: la donna, chi ne condivide la decisione, il personale medico e paramedico che pratica l’intervento.

Le maggiori testate hanno fatto a gara per contendersi il premio di chi la sparava più grossa, arrivando addirittura a ipotizzare – negli esiti più grossolanamente esagerati – che ora la Chiesa stia seriamente pensando di rivedere la propria posizione sull’interruzione di gravidanza. In realtà, rispetto a quanto accadeva in precedenza, il cambiamento è minimo: se prima era il solo vescovo che poteva assolvere il penitente in casi così gravi, ora può farlo anche il semplice sacerdote.

Si tratta perciò di un grande abbaglio, di una mistificazione doppiamente pericolosa perché, oltre a essere falsa, distrae dall’unico vero problema che è la deriva morale, dottrinale e culturale del cattolicesimo contemporaneo. Non bastano i “dubia” di un pugno di cardinali a scoraggiare il nocchiero Bergoglio – più Caronte che San Pietro – intenzionato, secondo le sue stesse parole, a portare a compimento le direttive dal Concilio Vaticano II. L’esito, a dir poco disperante, è sotto gli occhi di tutti.

Se qualche articolista ha potuto interpretare così malamente quanto affermato in «Misericordia et misera» è perché a essere pervertito è “lo spirito del tempo”, iniettato di un buonismo che nulla ha a che fare con la misericordia cristiana. La percezione comune, infatti, è quella di un generale lassismo della Chiesa per cui, bene o male, ogni atteggiamento è giustificato in virtù di quel primato della coscienza di cui Francesco ha parlato nei suoi colloqui con Scalfari. La discriminazione dei migranti e l’innalzamento di muri – fisici o ideologici – sono rimasti, a quanto pare, gli unici peccati. Tutto il resto, se fa sentire le persone in pace con loro stesse e gli altri, va benissimo.

Da quando la teologia pastorale si è tramutata in una nuova edizione della filosofia della prassi di Marx, è il mondo a dominare la scena e, in un certo senso, a dettare legge alla Chiesa. Basta l’esempio del recente Sinodo della famiglia per capire qual è l’aria che si respira. D’altronde anche la sedicente classe politica cattolica sta lì a esemplificare magistralmente con la propria inconsistenza l’auto da fé di una Chiesa che ha abdicato al suo ruolo di madre e maestra per ridursi a un amico un po’ pacioccone, tutto lecca lecca e pacche sulle spalle.

Gomez Davila scriveva che «il più grande errore moderno non è l’annuncio della morte di Dio, ma l’essersi persuasi della morte del diavolo». Un profeta di sventura, dirà qualcuno. Sarà, ma anche i profeti di sventura – e l’Antico Testamento lo dimostra ampiamente – a volte, per non dire sempre, hanno ragione.