La via italiana per un nuovo “euro-conservatorismo”

di Federico Bini
12 Febbraio 2020

Scrivo con piacere questo articolo in risposta ad Alessandro Rico, giornalista de La Verità che sul sito di Nicola Porro ha posto una interessante riflessione, uscendo un po’ dal coro politico e culturale dell’attuale destra italiana affermando che Orbán non è un modello per la destra italiana.

Pur apprezzando come Rico ben sottolinea le innumerevoli doti e qualità politiche del leader ungherese che ha certamente risvegliato dal punto di vista economico e culturale un paese che per oltre cinquant’anni è stato sotto il dominio comunista stretto nella terribile tenaglia di oppressione e collettivismo, nel pieno della stagione della globalizzazione e del primato dei mercati e dei circuiti finanziari sulla politica, Orbán ha saputo mettere il suo popolo al riparo da chi intende sovvertire l’ordine globale (volendo costruire un mondo senza confini e in preda al caos), le tradizioni e la democrazia interna che costituiscono l’identità di una nazione con tutto il suo patrimonio storico e genetico che ne deriva.

Ed è certamente positivo che Orbán, nonostante faccia parte della famiglia del PPE, il partito al governo dell’Unione Europea, ponga critiche anche forti alla tecnocrazia europea retta sull’asse Parigi-Berlino, in quanto in questi anni abbiamo assistito ad un direttorio in cui Macron e Merkel sono stati abilissimi a professarsi difensori della “patria Europa” (per citare De Gasperi) contro i nazionalismi e populisti emergenti, ma nella pratica altro non hanno fatto che tutelare al meglio i loro interessi nazionali.

Penso ad esempio alla vicenda in cui il presidente francese ha bloccato l’acquisto dei cantieri di Saint-Nazaire da parte dell’italianissima (e “statalissima”) Fincantieri (mentre i francesi facevano shopping di aziende italiane). Oppure quando la Merkel che per anni si è professata contro gli interventi di Stato a salvataggio di banche e compagnie private è intervenuta per salvare alcune banche regionali capaci di generare una crisi del credito tedesco ed europeo.

Ora, premesso che noi italiani siamo gli ultimi in grado di dare lezioni di gestione delle risorse di Stato, visto l’elevato debito pubblico e l’incapacità di attuare riforme strutturali, ritornando alla riflessione di Rico penso che sia profondamente sbagliato prendere in prestito il modello di “democrazia illiberale” ungherese e applicarlo in un Occidente e specie in un’Italia da sempre dominata culturalmente ed economicamente (ahimè) da politiche ‘socialiste’ capaci di creare imponenti corporazioni, classi privilegiate e intoccabili e forti limitazioni alla libertà d’impresa (basta pensare alla gigante sfida di Berlusconi quando nel suo unico vero atto liberale della sua vita sfidò il monopolio RAI).

Quello che serve alla destra italiana dunque non è un appiattimento al modello “isolazionista” (che non ha niente in comune con l’isolazionismo storico e patriottico anglosassone) di Orbán e dell’asse di Visegrád ma la creazione di una nuova politica comune europea di cui essere pionieri e non alleati o fiancheggiatori di seconda mano.

È giunto quindi il momento di dare avvio ad una via italiana “all’euro-conservatorismo”: forte identità democratica, tutela del patrimonio culturale, rispetto dell’ambiente (senza darsi all’estremismo ecologico dominate e contraddittorio), riforma della giustizia, riforme economiche e del lavoro, nuovi rapporti con le élite e fieramente atlantisti in campo internazionale, tenendo però l’esempio di Sigonella come insegnamento a non perdere la propria supremazia democratica anche verso alleati più potenti.

La nostra tradizione politica liberal-conservatrice (penso a Sella, Giolitti, De Gasperi ed Einaudi su tutti) di cui è necessaria una grande conoscenza per attualizzarla e usarla come guida per il futuro, ci conduce più verso modelli come la democrazia e il liberalismo inglese piuttosto che verso fenomeni di “democrazia dubbia” e incerta.

Rico sottolinea appunto come la destra debba guardare al modello democratico e politico inglese, dove c’è una forte “maturità democratica” (cito le sue parole) pur essendo stata messa a dura prova dalla “hard Brexit” e dai tentativi di fare un nuovo (e sbagliatissimo) referendum.

La possibilità per la destra italiana di andare (tornare) un giorno al governo del paese passa anche dalla definizione di una nuova politica interna e internazionale, chiara e senza contraddizioni.