La Russa e la pietas che scaccia l’odio

di Leonardo Tosoni
24 Ottobre 2022

Capita di avvertire una necessità interiore, la necessità di dire una cosa scomoda, che non si può dire, che mai si dirà, tanto sembra ovvio il contrario nella cappa del mainstream. A guardare i fatti, stando a una storia che va dagli anni ’60 fino al discorso al Senato di pochi giorni fa, l’apertura mentale e il senso di umanità dimostrati da Ignazio La Russa sono tutto il contrario rispetto all’odio (indotto) di chi lo minaccia di morte o cerca di denigrarlo, senza conoscerlo.  

La Russa parla dopo il saluto affettuoso a Liliana Segre, e a riavvolgere il nastro di quel discorso ci si accorge della portata straordinaria in termini di apertura e di riconciliazione della comunità nazionale. Tende la mano a ogni italiano il Presidente del Senato, fosse pure il più lontano dalla sua visione, e compie in 28 minuti un’esortazione non tanto alla memoria condivisa, che sarebbe innaturale in qualsiasi paese, ma alla pietà condivisa. Un insegnamento di civiltà il suo, che va ad infrangersi nel muro di odio e nel rancore dei sedicenti “buoni”. Un cortocircuito ben visibile anche negli insulti al Presidente della Camera Lorenzo Fontana, cattolico e conservatore, studioso di Storia, Filosofia e Scienze Politiche, e persino a sua moglie, colpevole di amarlo. 

Ma la vicenda La Russa è emblematica. Quello parla di pacificazione e lo mettono a testa in giù; ricorda i suoi morti, a lungo cancellati nella memoria collettiva, ma anche i morti degli altri – nella spirale di sangue degli anni di piombo – e al suo tendere la mano rispondono con le minacce di morte. Non che questo possa turbarlo, intendiamoci. Sarebbe impossibile per chi affonda le proprie radici nel dolore e nella poesia dei vinti; per chi vide morire al suo fianco ragazzi che avevano le sue stesse idee; per chi dovette cambiare università e presentarsi comunque scortato a lezioni ed esami negli anni in cui le minacce, per chi faceva politica tra gli “esuli in patria”, sotto il simbolo della fiamma tricolore, si trasformavano in esclusione, quando andava bene, e in chiavi inglesi in testa o proiettili, quando andava male. 

Ignazio Benito Maria La Russa – ebbene sì – ne ha fatta di strada. Origini siciliane, avvocato, cresciuto a Milano tra politica e Tribunale, si è trovato a vivere nel tempo in cui i giovani – e non stiamo parlando di secoli fa, ma di appena ieri, negli anni ’70 – morivano sui marciapiedi solo perché di sinistra o di destra. E il bel gesto di ricordare oltre a Sergio Ramelli anche Fausto e Iaio, ragazzi di sinistra uccisi, i cui carnefici sono ancora sconosciuti, non può che aprire uno spiraglio di umana pietas. Quello che i “buoni” Bersani, Letta e Fratoianni non hanno mai fatto, il “cattivo” La Russa invece sì, lo ha fatto. Leggere le dichiarazioni dei familiari dei due giovani poi, commuove. Su tutti Maria Iannucci, sorella di Iaio: «noi non possiamo che essere grati a Ignazio La Russa (…) fu lui a scrivere più volte a mia madre. L’ha incontrata personalmente, ha continuato a interessarsi di noi, al di là dell’ideologia, di divisioni che oggi non ci sono più».  

Eppure, quando morivano ragazzi del Fronte della Gioventù non era inusuale sentire riecheggiare, anche nelle redazioni di importanti giornali, la frase che diede fuoco alle polveri: uccidere un fascista non è reato. Tomaso Staiti di Cuddia delle Chiuse, eclettico esponente del MSI, aristocratico-libertario apprezzato da tutti, che con La Russa non andò sempre d’accordo, ricordò in un suo libro di quando, da consigliere comunale a Milano, si trovò a comunicare proprio la notizia della morte di Sergio Ramelli: «Le mie parole furono sommerse dai festeggiamenti: i dipendenti comunali, presenti in aula per discutere il loro contratto, celebrarono quella morte in modo terribile, agghiacciante». 

Agghiacciante. Ecco, con quella violenza atroce, gratuita, insensata, qualcuno non ha davvero fatto i conti se proliferano foto rovesciate e scritte del tipo: La Russa boia, speriamo che tu muoia. Ci sarà pure un problema se ancora oggi, a sinistra, non riescono a guardare con la lente della pietà alla storia politica italiana. 

Il governo che sta per nascere può compiere una impresa storica: pacificare l’Italia. A dire il vero ci avevano già provato il comunista Presidente della Camera Luciano Violante, uomo di immensa cultura, citato non a caso da La Russa, e il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. Ma nel campo progressista c’è chi tenta ancora di spaventare i cittadini strumentalizzando per fini politici il fascismo, ultimamente con risultati assai modesti, peraltro. 

Solo incarnando un messaggio fondato sulla pietas nel senso più puro e originario del termine questo sarà possibile; la pietas che fa da contraltare all’oltraggio, alla tracotanza, quindi all’empietà. Solo allora si ricorderà che nella storia si sovrappongono eroismo e miserie, orrori e nobili ideali, grandi opere e misfatti, e che sempre va onorata la vittima innocente, così come chi è caduto in buona fede per un ideale. Ri-sorgerebbe l’Italia, oltre le divisioni manichee che fanno comodo al potere.   

Voi che usate la storia per sfogare i rancori, se proprio non volete ascoltare La Russa, ascoltate almeno Fabrizio De André: «Che la pietà non vi sia di vergogna…».