La rivoluzione fasulla: che il grillismo  ci serva da lezione 

di Pasquale Ferraro
22 Giugno 2022

Sosteneva con la sua sagace e tagliente saggezza Leo Longanesi che “ tutte le rivoluzioni cominciano per strada e finiscono a tavola” , non poteva essere diversamente per la più scalcinata e paradossale esperienza politica della storia contemporanea. Il grillismo rimarrà come un’onda sulla nostra vita politica, nella memoria collettiva di una stagione che poteva essere riformatrice e si è tramutata in un incubo distruttivo e debilitante per le istituzioni democratiche. 

Più volte si è fatto l’erroneo parallelismo con il Movimento  dell’Uomo Qualunque di Guglielmo Giannini, un movimento nato da un sentimento decisamente imparagonabile con la pretesa rivoluzionaria – assente nel borghese Giannini – del grillismo. Un movimento sorto dai più primitivi sentimenti di rabbia sociale e sfociato poi in una classe politica di inadatti sotto tutti i punti di vista a reggere le sorti di un nazione, con i suoi problemi cronici e secolari. 

Le ricette del grillismo, banali come i loro leader, farlocche come il Guitto genovese che ne è stato capo e propagandatore hanno raccolto la rabbia di un popolo aizzato per anni contro la sua classe politica, colpevole certo di spirito di auto conservazione, impantanata in un tirare a campare lontano – allora come oggi – dai problemi reali dei cittadini, ma pur sempre migliore di un banda di nullafacenti e nullatenenti alla ricerca non della rivoluzione, ma di un futuro per loro e il parentato. Abbiamo fatto del parlamento un ammortizzatore sociale cui affidare queste anime perse, che prima dell’ondata elettorale di pancia avevano, nelle poche esperienze pregresse, racimolato un numero di voti e preferenze non sufficienti neanche per l’elezione ad amministratore di condominio. Eppure oggi li abbiamo ai vertici delle nostre istituzioni, tronfi e smargiassi della loro arrampicata cosi fulminea e vacua da sorprendere loro stessi. 

In tutto ciò il loro passaggio ha lasciato segni indelebili sulla pelle del nostro paese, cicatrici difficilmente rimarginatili, lo hanno fatto con il consenso popolare e con l’immobilismo della maggior parte delle altre forze politiche. I “grillinos” hanno  distrutto il parlamento, giustificando la loro azione come contrasto alla casta, di cui oggi sono i più eminenti rappresentati e i bardi nella difesa di quei privilegi acquisiti. Hanno – senza colpo ferire – tradito ogni sillaba del loro rigido seppur elementare decalogo politico. Pur di non mollare la poltrona hanno sostenuto ben tre maggioranze diverse, con forze e uomini di cui dai palchi del celeberrimo “VaffaDay” dissero peste e corna, additandoli come i mali dell’umanità, paragonabili per efficacia solo alle piaghe bibliche. 

Sempre per citare il nostro Longanesi, una volta seduti “ a tavola” i furono rivoluzionari si sono trasformati negli stereotipi di cui per anni si sono cibati per dare manforte alle loro urla spagnolesche, gridate dai palchi di tutta Italia, con lo stile tipico della più becera trivialità. Oggi in nome e per conto di un senso si responsabilità sempre pronto all’occorrenza, si cingono sui banchi di un governo, giustificandosi e barricandosi dietro le necessità della politica estera.  Tema sul quale hanno dato lezione delle loro più spregiudicate piroette.  Da Trump alla Russia, dalla Cina ai gilet gialli per divenire poi la gamba italica del Macronsimo, tutto pur di restare in sella, dove neanche i loro più fervidi sogni d’infanzia avrebbero mai immaginato. 

Ma in questa storia in cui loro per ora risultano anche, se miseramente, dei vincitori il vero sconfitto è il popolo italiano, ingannato e stordito da un onda che non solo non ha sradicato nulla, ma si è comodamente trasformata nella più lobbistica delle piscine, calma, piatta e accomodante. L’Italia invece sempre più povere, sempre più debole, sempre più alla mercé dei suoi c.d. “Amici” rimane in attesa della propria redenzione. 

Forse oggi va  estese a tutta Italia quella sentenza scritta dalla penna di Carlo Levi in quel capolavoro della letteratura italiana che è “Cristo si è fermato ad Eboli”, facendoci pronunciare solennemente e con un certo sano sconforto “ Ma in questa terra oscura, senza peccato e senza redenzione, dove il male non è morale, ma è un dolore terrestre, che sta per sempre nelle cose, Cristo non è disceso, Cristo si è fermato […]( alla Prima Repubblica)”, lasciandoci soli nella nostra miseria politica.