La piazza di Milano e il ritorno di Gelasio

di Marco Bachetti
19 Maggio 2019

Neanche la Dc si sarebbe mai sognata di concludere un comizio elettorale invocando la protezione dei Santi Patroni d’Europa e consacrando l’Italia al cuore immacolato di Maria. Il partito dei cattolici si dichiarava aconfessionale e teneva separate fede cristiana e dimensione politica. Quello che è accaduto sabato sotto il Duomo di Milano è fortemente evocativo e rappresenta un punto di svolta nella storia d’Italia: il ritorno del principio gelasiano che ha retto l’Europa per oltre un millennio, sancendo la sacra alleanza tra Chiesa, istituzioni e potere politico che ha edificato nei secoli la civiltà occidentale. Il ritorno del paradigma cesaropapista (la politica che difende la fede cristiana) è un ricorso storico inimmaginabile anche solo fino a dieci anni fa. È la dimostrazione che la storia è governata da forze imperscrutabili e prende spesso direzioni inaspettate. Riproporre oggi questa saldatura tra Chiesa e politica in Europa significa valutare le profonde analogie tra questo tempo e la crisi della civiltà romana, che segnò il crollo di un ordine politico plurisecolare a causa di una decadenza morale dei costumi seguita da ondate migratorie di popoli meno civilizzati ma più giovani, forti e senza nulla da perdere. Il cristianesimo riorganizzò la società fondandola sui due pilastri della preghiera e del lavoro e il potere imperiale difese l’unità della Chiesa dai suoi nemici interni (le eresie) ed esterni (islam). Affermato il ruolo centrale della cristianità nella costruzione dell’identità europea, quale è oggi la funzione sociale del cattolicesimo nella sortita da questa crisi di civiltà? Nel suo ultimo libro, Tremonti sostiene che il ritorno della fede nella dimensione pubblica non possa coincidere con una nuova stagione cesaropapista di sacralizzazione del potere ma che la sfida di questo tempo sia un nuovo ruolo globale, e non più solo occidentale, del cattolicesimo.

In effetti, nella società secolarizzata del nuovo millennio il ritorno del cesaropapismo rischia di annacquare lo stesso messaggio cristiano, riducendo la religione a semplice instrumentum regni, se non è accompagnato da una grande opera di evangelizzazione.
Il campo di battaglia non è più la salvaguardia dell’ortodossia o lo scontro di civiltà, non ci stiamo difendendo da un nemico ma dal nemico, la battaglia oggi si combatte su un piano escatologico: la croce e la preghiera che in tempi passati hanno salvato l’Europa da chi ne minacciava la libertà ci dovranno accompagnare nella guerra finale per la salvezza dell’uomo da quelle visioni riduzioniste che ne fanno un consumatore e dalle nuove forme di schiavitù e sfruttamento, ancor più pericolose di quelle passate una volta abbattuta dalla potenza tecnologica la frontiera che prima sembrava invalicabile. Sfatato il mito della forza benefica del progresso, ci appelliamo di nuovo ai vecchi santi e all’intercessione di Maria ma siamo in errore se nella preghiera chiediamo di salvare l’Occidente dall’invasione perché la nostra supplica sarebbe mal riposta. Più saggio sarebbe chiedere l’aiuto di Dio per la salvezza dei popoli tutti da quelle ideologie globaliste portatrici di un processo di concentrazione delle ricchezze economiche e culturali delle nazioni. Il modello è il poliedro, come spiegò nel 2010 l’arcivescovo di Buenos Aires in un famoso discorso. “Il poliedro è l’unione di tutte le parzialità, che nell’unità mantiene l’originalità delle singole parzialità. Il tutto del poliedro non è il tutto sferico. Lo sferico non è superiore alla parte, la annulla. Si assiste alla riduzione del bene comune al bene particolare, si cerca una bontà che non essendo affiancata dalla verità e dalla bellezza, finisce per diventare bene privato, riservato solo a sé o al proprio gruppo. Una sfida per il cittadino, quindi, è salvaguardare questa unione di bontà, verità e bellezza, senza lacerazioni, in vista di un’esperienza di popolo, di un noi come popolo”.