La Lega non è un partito populista

di Marco Bachetti
2 Luglio 2018

La Lega non è un partito populista. Posta così, senza le dovute argomentazioni, può sembrare un’affermazione ardita dal momento che gli stessi esponenti leghisti, Salvini in testa, non si fanno problemi ad intestarsi questo epiteto. Anzi, la patente di populista è percepita ormai come un titolo di merito. Chi sta dalla parte del popolo contro la dittatura delle élites mondialiste, il basso contro l’alto, il piccolo contro il grande. Ma siamo certi che sia questo il populismo?

Analizziamo in breve le caratteristiche strutturali del pensiero populista al fine di dimostrare che la Lega è cosa differente. E lo è sia per origine (il federalismo) sia per sviluppo e proiezione futura (il comunitarismo identitario):

– Un partito populista può essere euroscettico ma un partito euroscettico non è sempre populista. Si fa molta confusione tra due concetti che semplicemente riguardano sfere differenti: il populismo investe il rapporto tra politica e cittadini, tra Stato e società civile, e non vi è alcun collegamento diretto con la critica alla conformazione politico-istituzionale dell’Unione europea.
La Lega è certamente euroscettica. Non per questo è populista.

– Il populismo si nutre di antipolitica. Se certamente Beppe Grillo e Silvio Berlusconi (nella sua versione originaria) sono stati leader di un movimento populista, non è così per la Lega di Matteo Salvini. Non vi è traccia di retorica contro la casta, i vitalizi, i privilegi dei parlamentari. Nè il segretario leghista rappresenta l’eroe della società civile che salva il popolo italiano dall’inefficienza della vecchia politica. Salvini è proprio quel politico di professione “che non ha mai lavorato veramente nella sua vita”. Tipica accusa populista contro la classe dirigente dei partiti. Il sentimento anti-establishment non può trovare spazio in un partito come la Lega che, più di ogni altro, è radicato sul territorio ed ha formato in questi decenni una classe dirigente di ottimi amministratori locali. La Lega non è il movimento personale del capo carismatico ma il partito dei consiglieri comunali e regionali, dei sindaci, dei Governatori. Un modello di buon governo diffuso e sedimentato al nord Italia da oltre venti anni.

– Il populismo concepisce il popolo come un corpo unitario e indivisibile: una forma di “monismo sociale”. La più autorevole definizione del populismo, proposta da Marco Tarchi, spiega questo fenomeno come la “mentalità che individua il popolo come una totalità organica artificiosamente divisa da forze ostili […]”. La Lega nasce dal federalismo ed anche nella sua versione 2.0 non può prescindere dal pluralismo sociale, inteso come la difesa e valorizzazione delle comunità, in particolare quelle territoriali, che compongono lo Stato. Ha ben poco da spartire con la vecchia ideologia nazionalista (“un popolo, una Nazione, uno Stato”) perché si propone da sempre, ed oggi con rinnovato vigore, come un baluardo del comunitarismo identitario. L’identità nazionale non è un blocco monolitico bensì risultante dalla promozione delle diverse identità locali: l’Italia dei dialetti e dei campanili.

Lo storico simbolismo padano (il sole delle Alpi, Alberto da Giussano) e alcuni nuovi slogan che fanno leva sulla “rivoluzione del buon senso” potrebbero ragionevolmente indurci a pensare che, a dispetto di quanto sostenuto sinora, la Lega non sia del tutto estranea alla tentazione populista. È vero, fatta salva una precisazione di contesto. La politica tutta non è immune da questa forma di contaminazione, dal momento che i nuovi media hanno rinvigorito il vincolo tra politica e linguaggio, tra politica e immagine. Il grado di visibilità e popolarità dei politici oggi mette inevitabilmente in crisi il classico cerimoniale istituzionale, le forme e i comportamenti del politicamente corretto. Attenzione però a non confondere la mentalità populista con il marketing elettorale di cui ormai tutti i partiti, chi più chi meno, si avvalgono.