La diaspora ebraica in nove storie. Intervista a Vittorio Robiati Bendaud

di Federica Masi
23 Dicembre 2020

Vittorio Robiati Bendaud racconta la diaspora ebraica in nove storie diverse legate da un unico fil rouge. Un libro che ha lo scopo di rispolverare la storia e ripristinare l’essenza della memoria, a cominciare dalle comunità marchigiane e umbre a cui l’autore dedica questo lavoro editoriale.

  • Il suo ultimo libro “Il viaggio e l’ardimento” rivisita la storia riportandoci alla diaspora ebraica. In che modo ha unito l’aspetto storico con lo stile del romanzo?

Questo libriccino, per certi versi anomalo, non è un romanzo. È il racconto di nove diverse storie, tutte assai brevi, che abbracciano un arco temporale che va dal XIV al XX secolo. Le vicende si ricollegano l’una all’altra in un’unica narrazione. Sono storie realmente accadute, alcune avveniristiche e grintose, altre eccentriche e quasi oniriche. Ho dovuto sorvegliare la mia creatività per evitare che fossero alterati – o eccessivamente forzati – i dati storici pervenutici. Ho provato a mettere la fantasia al servizio di questi fatti, per contribuire a farli uscire dal dimenticatoio o da tomi polverosi, restituendo ai personaggi parola, carne e sangue. Mi premeva riproporre queste vicende un pubblico più ampio, in primo luogo perché comunicano qualcosa a me. Molti personaggi evocati meriterebbero ciascuno un romanzo: ho preferito proporre nove istantanee, nove schizzi un po’ impressionistici con rapide pennellate, che lascino spazio all’immaginazione del lettore.

  • Nove sono le storie che si susseguono con l’intento di restituire al lettore l’incontro tra odissea e anabasi nell’epopea della diaspora. Chi sono i protagonisti?

Spazio e tempo ci attraversano e permettono la conoscenza. I protagonisti del mio libro sono sovente sottoposti ad accelerazioni inaudite, con la storia che li incalza; oppure sono sorpresi in una dimensione quasi immota. Alcuni sono schiacciati in luoghi angusti, altri, invece, cavalcano l’immensità del mare o camminano lungo saliscendi collinari. È la nostra dimensione umana a essere fatta così. Questi personaggi sono ebrei, e dunque, in ragione di tale appartenenza, dovettero esperire, spesso loro malgrado, tutto questo con inusitate intensità e crudezza. Se è vero che si tratta anzitutto di racconti marchigiani, e quindi diasporici, il fil rouge del testo è il continuo e millenario rapporto tra Diaspora e Terra di Israele, tra andata e ritorno, in cui il porto di Ancona gioca un ruolo fondamentale, risultando esso stesso un “personaggio” chiave. Ed ecco che ci imbattiamo nel rabbino Immanuel da Roma, stilnovista della prima ora, ancora oggi chiacchierato in taluni ambienti rabbinici; nella fulgida Estellina Conat, la prima stampatrice al mondo, un’intellettuale d’avanguardia, come pure nell’intrepido stampatore e umanista Ghershon Soncino; in Amato Lusitano, il grande botanico e studioso di medicina; nel medico e rabbino Shimshòn Morpurgo, autorità rabbinica di vaglia, i cui scritti sono tutt’oggi studiati in tutto il mondo, che salvò Ancona da una mortifera epidemia influenzale.

  • All’interno dei racconti sono presenti episodi di intolleranza religiosa?

L’intolleranza religiosa è un luttuoso e feroce male che accompagna la storia umana. Per farne un identikit bisogna accettare che essa colpisce trasversalmente, in modo variegato, ricchi e poveri, circoli eletti e popolo minuto, eruditi e ignoranti, nutrendosi tanto di cultura che di superstizione, tanto di calcolo che di idiozia, di pensiero retrivo come pure, paradossalmente, di programmatico progressismo. L’antisemitismo, nello specifico, fu una spaventevole e spietata costante. Nelle Marche, come nelresto del mondo, gli ebrei furono oggetto di forti sentimenti antitetici: alla ferocia del multiforme odio antiebraico, di cui rendo conto nei racconti, fanno da controcanto episodi toccanti di fratellanza tra cristiani, musulmani ed ebrei. Il porto dorico, infine, restituisce un’ulteriore dimensione: quella della liberazione e della speranza. Sul rapporto tra i tre monoteismi suggerisco un mio saggio, recentemente edito da Guerini & Associati con prefazione di Antonia Arslan, che credo che possa contribuire a meglio inquadrare queste dolorose e complesse questioni: La stella e la mezzaluna. Breve storia degli ebrei nei domini dell’Islam (2018).

  • Lei dedica questo lavoro alle comunità marchigiane e umbre. Perché?

Il devastante terremoto del 2016 ha sfigurato quei territori, mietuto crudelmente morti e distrutto comunità. Ho amici terremotati, ecco perché! Al sisma si è aggiunta l’inetta politica di governi scellerati e una burocrazia infame: una vergogna, insensata e spietata, inflitta a persone e collettività già ferite da una calamità immane. Non possiamo, né vogliamo, dimenticare! Occorre affermare a gran voce, indipendentemente dal Covid19, che queste persone e questi luoghi devono essere la priorità dell’azione tangibile del Parlamento e della società civile, prima di altre urgenze, di qualsivoglia altro soccorso umanitario o di altre povertà. È in gioco il futuro del cuore verde dell’Italia, tra i monti Sibillini – quei monti azzurri celebrati da Leopardi –, e il mare: una sintesi felice e sostenibile tra il dolce tripudio della natura e l’agire dell’uomo. Si tratta della patria culturale e spirituale del nostro Paese: edificata da comunità ebraiche plurisecolari, da Benedetto e Francesco; eternata da Raffaello, Paolo da Visso e Gentile da Fabriano; musicata da Pergolesi e Rossini… il suo abbandono è emblematico del suicidio spirituale e culturale delle dirigenze dissolute e arroganti che deturpano da troppo tempo il nostro Paese. A questo scempio resistono, eroicamente, con tenacia, tante famiglie (e imprese) provate dal terremoto, a cui tutti gli italiani di domani dovranno tantissimo. Tra questi eroi vi sono contadini, ristoratori, pastori, piccoli e medi imprenditori, viticoltori e tante altre persone ancora. E vi è l’impegno meritorio di molti amministratori locali! Se l’Italia vorrà rinascere e non smarrirsi e morire, bisognerà che la politica – e con essa la cultura e l’imprenditoria italiane – combattano con efficacia, differentemente da quanto in questi decenni non è stato fatto, lo spopolamento delle due straordinarie macroregioni che attraversano e definiscono lo Stivale, rilanciandole per il terzo millennio: le splendide Alpi e i magnifici Appennini.

  • Le Marche come terra d’approdo e continuità della tradizione ebraica.

La storia dell’ebraismo marchigiano è plurale e millenaria. Vi furono le piccole comunità montane ai piedi dei monti Sibillini, come pure quelle in centri dinamici come Fermo, Fabriano e Jesi. Vi è la storia, inscritta nella saga artistica e filosofica del Rinascimento, con i suoi chiaroscuri, degli ebrei urbinati. Vi è, poi, l’avventura secolare delle importantissime comunità di Pesaro, Senigallia e, ovviamente, Ancona, che fa da vero e proprio centro gravitazionale (non solo italiano, ma anche adriatico-mediterraneo). Quella degli ebrei delle Marche è una storia di prima grandezza, dall’alto Medioevo al XX secolo, costantemente sospesa tra la cristianità (e i papi), la Sublima Porta (con i sultani-califfi) ed Eretz Israel, la Terra di Israele, tra ghetti e porti. Questa storia appassionante ha varcato mari e oceani e attraversato i secoli.

  • Porto di Ancona, pendici dei Sibillini e altri sfondi italiani. Al di là del viaggio geografico, è possibile tracciare un itinerario filosofico?

Credo che in quei luoghi si possano individuare molti itinerari, tanto mentali che turistici, non solo filosofici e immaginifici, che si intersecano tra di loro: pellegrinaggi letterari; itinerari d’arte e musicali; tour enogastronomici; percorsi religiosi tra ebraismo e cristianesimo; camminamenti per borghi, colline e montagne, giungendo al porto dorico. Un calice di verdicchio di Matelica può certamente diventare narrazione ed estasi; una pagina biblica, una cronaca o un prezioso arredo sinagogale possono raccontare storie specifiche e suggerire collegamenti che imperiosamente ci comandano imprese e viaggi avventurosi…

  • Nel nostro Paese esiste un dialogo con la cultura ebraica?

Un mio amico non ebreo, recensendo questo libro, l’ha definito “visceralmente italiano” (definizione che mi ha fatto immenso piacere), ed è un libro che racconta storie ebraiche. Gli ebrei dimorano in Italia da almeno ventidue secoli, con un amore profondo – a volte misconosciuto, a volte disprezzato e non ricambiato, a volte corrisposto con lealtà e passione commoventi – per questo nostro benedetto Paese – per la sua lingua, la sua cultura e la sua gente–, di cui siamo parte integrante e fondativa. Medioevo, Rinascimento e Risorgimento sono tre fasi gloriose della storia italiana, che orientarono potentemente la storia dell’umanità: il contributo ebraico all’Italia in queste epoche, solo per fare un esempio, è stato enorme. E vi è pure il contributo specifico dell’Italia all’ebraismo… credo che alcuni racconti del mio libro rivelino molto di tutto questo. Esiste da sempre, e ovviamente si perpetua anche nei nostri giorni, una comunicazione profonda tra la cultura italiana e l’ebraismo. È esistita persino nei secoli dei ghetti, nonostante le infamie sofferte e la reclusione coatta. Oggi viviamo una rinnovata interazione tra cultura cristiana italiana ed ebraismo, tra cultura laica italiana ed ebraismo, tra Italia e Israele. Tale interazione dialogica si declina in più modi e non di rado con eccellenze. L’auspicio è che possa rafforzarsi e implementarsi.