La destra americana nell’epoca di Donald Trump

di Enrico Ellero
6 Maggio 2019

La vittoria di Donald Trump alle presidenziali del 2016 fu un fulmine a ciel sereno per buona parte dell’opinione pubblica, delle istituzioni e dei media americani. La candidatura stessa del tycoon alle primarie repubblicane appariva quasi come una provocazione, come una sfida velleitaria all’establishment del partito, che puntualmente si sarebbe conclusa dopo le prime sconfitte contro i candidati di punta. La storia, come sappiamo, andò diversamente ed oggi, dopo due anni e mezzo di Presidenza Trump, il sistema politico americano sembra aver subito una profonda trasformazione sostanziale, pur conservando formalmente lo storico schema bipartitico.

Tanto i repubblicani quanto i democratici sono sottoposti a forti pressioni centrifughe e stanno spostando il proprio baricentro politico rispettivamente più a destra e più a sinistra.

Se tra i dem oggi sta chiaramende trionfando, almeno a livello di visibilità, la componente “socialista”, rappresentata da Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez, chi sta vincendo la partita nel GOP? Qual è dunque il modello di conservatorismo a cui Trump fa riferimento e quale linea prevale all’interno dello stato maggiore del partito?

Partiamo da un dato significativo: secondo sondaggi recenti quasi il 90% dei repubblicani ha un giudizio positivo sull’operato del Presidente, un approval rating assolutamente in linea con quello dell’ultimo presidente repubblicano, George W. Bush, fatta eccezione per i due brevi exploit di popolarità in seguito all’11 settembre e all’inizio della guerra in Iraq. La differenza fondamentale però sta nel fatto che mentre Bush poteva contare su un sostegno unanime di elettorato e partito, Trump si trova a dover affrontare numerosi nemici interni prima ancora che esterni.

Ricordiamo che durante le primarie e nei primi mesi di presidenza i “Never Trumpers” repubblicani comprendevano personalità illustri come Mitt Romney e John McCain (ex candidati alla Casa Bianca), i due Bush, Colin Powell, Condoleeza Rice e soprattutto le punte di diamante dell’intellighenzia neocon come Bill Kristol, Daniel Pipes, Robert Kagan e Max Boot. Comprensibile se pensiamo che il Trump candidato (con il Trump presidente alcune posizioni cambieranno come vedremo) esprimeva una visione dell’America antitetica a quella neoconservatrice, totalmente dominante negli otto anni di Presidenza Bush. Per utilizzare un’espressione di Pat Buchanan, storico avversario dei neocon, l’America che Trump andava immaginando doveva tornare ad essere una repubblica, non un impero.

Qui troviamo forse la più importante frattura ideologica in seno al conservatorismo americano: da un lato l’Old Right, la vecchia destra identitaria fortemente critica nei confronti dell’immigrazione, dello stato sociale, del centralismo e soprattutto dell’interventismo militare oltre confine; dall’altro invece la “nuova destra”, chiamata appunto neoconservatrice, promotrice di un “internazionalismo genuinamente americano” e della difesa dei valori e degli interessi americani nel mondo attraverso la forza. Una repubblica e un impero, un modello di società chiusa e difensiva contro un un modello di società aperta e aggressiva. Due posizioni molto nitide e difficili da conciliare all’interno dello stesso partito.

Trump in campagna elettorale si presentò come un dealmaker, un uomo del compromesso, un pragmatico, che avrebbe messo nuovamente in cima all’agenda politica gli interessi della classe lavoratrice, tradita dalle derive globaliste delle precedenti amministrazioni. Fecero scalpore, soprattutto tra i repubblicani, gli attacchi alla Nato, le parole di apprezzamento per Putin, le dure critiche alla guerra in Iraq e all’intervento in Libia e la strenua opposizione ai trattati commerciali internazionali. Su altre questioni, invece, a onor del vero, Trump da subito si allineò all’ortodossiadel partito, in particolare per quanto riguarda il nuclear deal iraniano e i rapporti con la Cina.

Oggi il Trump presidente sembra in parte in contraddizione con il Trump candidato, ma sarebbe sbagliato parlare di ritorno o di takeover ostile dei neocon.

E’ vero che il principale ideologo del trumpismo “di lotta”, Steve Bannon, è stato allontanato dalla Casa Bianca e che molti proclami contro gli alleati e contro il protagonismo americano nel mondo sono rimasti tali, ma le discontinuità con le precedenti amministrazioni restano evidenti: Trump non è intervenuto con i boots on the ground da nessuna parte, si è limitato a onorare gli impegni militari presi da altri (Afghanistan, guerra allo Stato Islamico nel Siraq e agli Al Shabaab in Somalia, sostegno alla coalizione saudita nello Yemen…), e ha addirittura annunciato il ritiro dalla Siria lo scorso dicembre, causando le dimissioni di Jim Mattis, il Segretario alla Difesa. Anche la crisi diplomatica più recente, con il Venezuela di Maduro, per ora non ha portato ad alcun intervento diretto degli Stati Uniti, nonostante le minacce del falco John Bolton, Consigliere per la Sicurezza Nazionale.

La destra di Trump dunque è sicuramente una destra meno interventista, ma non certo isolazionista in senso lato: ha rafforzato i legami storici con gli alleati in Medio Oriente (Israele e Arabia Saudita in primis), messi duramente alla prova dall’Amministrazione Obama, ha inserito per la prima volta i pasdaran fra le organizzazioni terroristiche, ha colpito la Cina con misure protezionistiche e ha continuato a tenere alta la tensione con Germania e Russia.

Chi si aspettava un ritorno alla “repubblica” e la fine dell’ ”impero” probabilmente è rimasto deluso, ma anche chi credeva che i falchi neocon avrebbero presto preso il sopravvento ha dovuto ricredersi. Il conservatorismo trumpiano è in un certo senso un conservatorismo ibrido, che mira a difendere l’influenza americana nel mondo, ma senza velleità messianiche e liberatrici e senza mai perdere di vista i problemi interni della nazione, primi fra tutti l’immigrazione, la disoccupazione, la deindustrializzazione e le tensioni sociali.