Il pacchetto di misure pro-life di Orbán: un elogio e un appunto

di Marco Bachetti
16 Gennaio 2020

Il premier ungherese Viktor Orbán ha annunciato un pacchetto di misure per il sostegno della natalità, volte a far fronte all’inverno demografico che, in particolare nell’ultimo decennio, ha colpito l’Ungheria come buona parte dei paesi europei (Italia compresa). Tra le misure prospettate molte sono lodevoli e da prendere come riferimento, quale ad esempio l’esenzione fiscale per le imposte sul reddito alle mamme con più di tre figli. Fa discutere invece la decisione del premier magiaro di nazionalizzare il settore delle cliniche di fertilità, per concedere alle coppie ungheresi la possibilità di ricorrere gratuitamente alla fecondazione artificiale.

Altrettanto discutibile, e a tratti inquietante, è la sua motivazione del provvedimento: “Se noi vogliamo bambini ungheresi al posto degli immigrati e visto che la nostra economia è forte abbastanza da generare le risorse necessarie, allora l’unica soluzione è spendere quanto più denaro possibile per aiutare le famiglie e per sostenere la crescita della loro prole”. Dalle sue parole sembra che le politiche a sostegno della vita e della famiglia non conseguano ad un preminente interesse di carattere sociale, volto a invertire il trend demografico e riconoscere la funzione essenziale della famiglia al centro del sistema del welfare; sembra invece che le politiche pro-life siano funzionali ad una selezione etnica del popolo magiaro in base ad un presunto primato della procreazione sull’immigrazione.

Nella visione di Orbán il fine, ossia la tutela dell’identità ungherese, giustifica un mezzo come la fecondazione artificiale di Stato. Se per un nazionalista questo paradigma può apparire ragionevole, tale non può mai esserlo per un conservatore popolare. Questi crede infatti che esista una struttura della realtà indipendente dalla sua volontà e dal suo desiderio, la quale non può essere arbitrariamente modificata. I progetti dell’uomo si fermano perciò dinanzi alla natura stabile delle cose, non manipolano la realtà ma la conservano. Crede poi che la pace si costruisca non con l’omologazione e con le colonizzazioni, che siano esse politiche, economiche o ideologiche, né tantomeno con la difesa della razza ostile a ogni forma di contaminazione esterna. La pace si costruisce invece con la cooperazione tra popoli, con il negoziato, fondandosi essa non solo sul rispetto dei diritti umani ma anche e sopratutto sul rispetto dei diritti dei popoli, primo tra essi la sovranità. Per un conservatore, la politica può e deve molto ma non tutto e certamente non spetta ad essa fare della sua volontà una legge senza alcun riguardo per l’ordine naturale.

La natalità di Stato con l’accesso gratuito delle coppie alla fecondazione in vitro per contrastare il crollo delle nascite e preservare l’identità del popolo ungherese dal meticciato, se a primo impatto può apparire misura utile allo scopo prefissato, non si pone su un piano così diverso da tutti quei provvedimenti che trasformano desideri individuali in diritti soggettivi, violando in modo intollerabile la dignità delle donne e il diritto dei bambini di crescere con una mamma e un papà. Nazionalismo statalista e individualismo libertario, pur in apparenza antitetici, si mostrano come due facce della stessa medaglia minando nel profondo le relazioni umane e contraddicendo i principi non negoziabili.

Forse chi vuole veramente impegnarsi per rilanciare la natalità dovrebbe interrogarsi sulle vere ragioni del crollo delle nascite in Occidente, le ragioni interiori che hanno ben poco a che spartire con faccende economiche, con la sostituzione etnica o l’immigrazione di massa, ma toccano piuttosto il cuore delle persone, spesso malato di aridità in questa valle di lacrime, come racconta l’immortale Renato Zero con il suo recente pezzo “La culla è vuota”:

Qualcosa ci divide Orgoglio, presunzione, ostilità
E la creatura ride
Magari ci ripensa e non verrà
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