Il leader non leader

di Daniele Dell'Orco
18 Giugno 2021

L’esperienza di Giuseppe Conte come leader politico anziché “garante” di una coalizione di governo è iniziata male. Del resto, la politica non si improvvisa, e la scelta del M5S di provare a tamponare l’emorragia di voti affidandosi al volto noto della pandemia ha un effetto collaterale molto semplice ma che è pure inscritto nel codice genetico grillino: l’impreparazione.

In un paio di mesi Conte ha cambiato idea sull’alleanza col Pd, sull’endorsement purché sia al governo Draghi, sulla svolta atlantista dell’Italia dopo i suoi balletti pro-Cina. È un leader che non comanda e non decide. Senza una struttura e un background chiaro. Senza un progetto davanti a sé. Che non sia la megalomania. A Napoli, nel corso della presentazione della candidatura di Gaetano Manfredi a sindaco, ha detto: “Ho l’ambizione di portare il M5S a partito di maggioranza assoluta”. E ha rifiutato l’etichetta di “federatore” di centrosinistra perché è “una definizione dei giornali”. Continua insomma a separare la sorte del M5S da quelle del Pd. Preferisce parlare di alleanza con “forze civiche”, è contro “le fusioni a freddo nelle città. Pensarlo è ingenuo”.

L'”assolutista” Conte è lo stesso che ruppe l’alleanza con la Lega dopo l’uscita di Salvini sui “pieni poteri” dal Papeete 2019. È lo stesso che rimase sulla sella di Palazzo Chigi oltre un anno grazie alla “svolta a sinistra”, caricandosi il Pd che nessun italiano avrebbe più voluto vedere al governo. È lo stesso che due mesi fa parlava così: “Abbiamo alle spalle una salda collaborazione fra Pd 5 stelle e LeU. Io credo che questa collaborazione non possa essere archiviata, c’è una fiducia reciproca collaudata nell’esperienza, non proclamata a parole”.

Il classico dietrofront alla grillina, insomma. Segno evidente che non solo il M5S si conferma politicamente inaffidabile, ma pure che la sbornia di popolarità di Conte gli ha fatto perdere contatto con la realtà. E la realtà parla di un Movimento 5 Stesse che ha perso un terzo dei suoi parlamentari, che ha più faide interne che esterne, che non è considerato un punto di riferimento dal suo elettorato storico, e che quindi non si capisce in che modo potrebbe anche solo puntare alla “maggioranza assoluta”. Con la sua “svolta autoritaria” Conte dimostra ancora una volta che il suo progetto federativo era solo un pretesto per arginare l’avanzata di Salvini e della Lega. Ora che il governo Draghi ha una certa stabilità non c’è più bisogno di stringere legami forzati con la sinistra se non alle amministrative su alcuni territori. Poi, alla vigilia delle politiche, si vedrà. Altro che Churchill, il gran visir Conte ha inventato un modo molto innovativo di condurre la politica: campare alla giornata.