I sentimenti nascosti del consenso politico. Intervista a Nazzareno Pietroni

di Federica Masi
4 Febbraio 2021

Anche la democrazia ha un cuore. A spiegarlo Nazzareno Pietroni, avvocato e già consigliere parlamentare, che esamina l’anima del consenso politico – al di là dei fortilizi ideologici –, raccontando i sentimenti, le identità e le pulsioni emotive dell’elettore. In questa intervista ci regala un assaggio del suo ultimo libro “Il cuore della democrazia”, edito da Rubettino.

  • Come si costruisce il consenso politico in una società “liquida”?

Le gabbie ideologiche sono aperte, la globalizzazione lascia l’amaro in bocca, il mercato dei valori è in evoluzione. Le persone sono inquiete e cercano di dare un “senso” alla complessità del mondo. La politica stenta a dare delle risposte concrete e si affanna a offrire una narrazione di parte, che restituisca una piacevole rassicurazione in cambio di consenso politico. Protagonisti dello spettacolo sono i leader, che ammaliano i propri elettori, facendo leva su identità ed emozioni.

  • Il giudizio politico risente anche di limiti culturali?

Si, e non poco. “La mente è come un paracadute: funziona solo se si apre” diceva Einstein. E oggi sembra che resti spesso chiusa, per incapacità o mancanza di volontà. Certo, spesso mancano gli strumenti culturali per comprendere la realtà e allora si consegna il consenso politico sulla base di pregiudizi, impulsi emotivi e conformismi. Però il più delle volte si pensa di assumere una posizione consapevole ma, senza rendersene conto, si resta prigionieri dei propri schemi ideologici, delle associazioni mentali del passato, dell’influenza del pensiero dominante.

  • Il consenso presenta diverse facce, che si collegano a reazioni emotive e pulsioni profonde, come la paura. Quando il cuore dell’elettore ha paura?

Molto spesso. Perché la paura è un’emozione primordiale, saldamente incardinata nella mente umana per avvisare di un pericolo o evitare una minaccia. Ai tempi d’oggi abbiamo paura di molte cose, più che nel passato, nonostante che viviamo in società evolute. Nell’area di centro-destra si teme prevalentemente di perdere identità, sicurezza, benessere fisico e socioeconomico. Tra i sostenitori del centro-sinistra le paure principali riguardano l’ambiente, le malattie, le discriminazioni, le diseguaglianze, l’indebolimento dello Stato sociale, la perdita del controllo culturale sulla società. Entrambi gli schieramenti riconoscono e drammatizzano le paure a fini di consenso politico.

  • La nostra è una società versatile e digitalizzata e, pertanto, fortemente condizionata dall’informazione veicolata dai mass media. L’eccesso e la distorsione dell’informazione provocano danni sull’utente?

Sì, nella misura in cui creano ostacoli e inganni nel percorso di comprensione della realtà. Ogni giorno siamo immersi nel mare dell’informazione, le cui fonti sono molteplici, contraddittorie ed eccedenti le nostre capacità di filtro e valutazione. E allora abbassiamo la soglia di attenzione, ci esponiamo ad approssimazioni di analisi e a manipolazioni, selezioniamo le fonti più gradite, chiudendoci nella comfort zone dell’informazione di parte. Il risultato è un’iperinformazione che informa poco e condiziona molto. L’unico antidoto è il faticoso esercizio del pensiero critico sulla base di varie e articolate fonti: un compito difficile per la maggioranza della popolazione.

  • Il posizionamento identitario è un’altra arteria del cuore della democrazia, potremmo dire l’effetto risultante del personale binomio valori/interessi. Com’è cambiata nel tempo la sinergia tra classi sociali e politica?

L’uomo è un animale sociale, che tende naturalmente ad aggregarsi ai suoi simili, per istinto, convenienza, conformismo, bisogno di riconoscimento. Nella rete di relazioni sociali si inserisce prima in comunità delimitate per consanguineità, territorio, etnia, lingua, genere, cultura; poi in comunità immateriali, fondate su valori, idee e interessi. Il posizionamento dell’individuo in gruppi eterogenei rende molto complessa l’elaborazione di un’opinione politica, al punto da creare conflitti tra le diverse “appartenenze” e far prevalere le identità vissute come prevalenti in un certo momento. L’aggregazione per genere, ideologia o etnia, ad esempio, può prevalere su quella socioeconomica.

  • In politica il gradimento oramai si costruisce intorno a una forza centripeta, parliamo del leader. Quali sono le caratteristiche per essere un buon leader moderno e conquistare l’opinione pubblica?

La rilevanza del ruolo dei leader negli Stati moderni porterebbe a pensare che si tratti di persone speciali, per qualità intellettive, culturali e caratteriali. Non sempre è così… Anzi, guardando alla storia e considerando gli studi di psicologia sociale, si può ritenere che di solito i leader non siano persone “speciali” ma semplicemente soggetti capaci di inserirsi efficacemente nelle relazioni sociali. In tal senso i requisiti fondamentali per essere un buon leader sono la competenza, l’esperienza e l’espressività emozionale. In sostanza bisogna essere o apparire “in gamba” ma soprattutto è necessario saper coinvolgere emotivamente i propri adepti, saper trasferire le emozioni giuste per il proprio uditorio. E le emozioni “giuste” cambiano secondo i gruppi sociali, culturali e politici di riferimento. In più oggi è indispensabile essere un grande comunicatore mediatico e dimostrarsi in grado di svolgere un ruolo di sintesi delle pressioni politiche, che sempre più accantonano le istanze intermedie e si concentrano sul leader.

  • Tra i vari sentimenti politici vi è l’odio, da sempre uno strumento di chiasso propagandistico e non solo. Come si manifesta e chi diventa il “nemico”?

L’odio politico è un sentimento profondo, che si alimenta di contrapposizioni ideologiche, identitarie, religiose, etniche, valoriali. Nasce e si consolida in forme aggressive verso il soggetto odiato, producendo azioni e/o pensieri fortemente ostili. Di norma si limita a produrre avversione personale e manifestazioni sociali di ostilità, nei casi estremi spinge alla violenza. Il “nemico” diventa colui che nega, contrasta o sottrae valori, identità e interessi fondamentali dell’individuo. Colui che odia considera l’altro un “nemico” perché lo ritiene responsabile di gravissime colpe e meritevole di essere emarginato e punito. A volte si arriva al paradosso di odiare qualcuno perché lo si considera portatore di sentimenti d’odio. In altri casi si utilizza l’odio, vero o presunto, come strumento di delegittimazione politica.

  • Quando si parla di moti dell’animo è inevitabile non menzionare la fiducia nel futuro  ̶  sulla quale riflette anche lei nel suo saggio, citando il grande Indro Montanelli («I nostri uomini politici non fanno che chiederci a ogni scadenza di legislatura un atto di fiducia. Ma qui la fiducia non basta: ci vuole l’atto di fede»)  ̶ , che molti hanno perduto per ragioni considerevoli. Esiste una finestra che affaccia su un futuro diverso dalle aspettative attuali?

Credo di sì. La perdita di fiducia nel sistema delle democrazie liberali, in Italia ancor più che in altri Paesi, ha molte cause. Per ricreare fiducia è certamente necessario disporre di una classe dirigente di livello, meritevole di fiducia per competenza, impegno e onestà. Ma soprattutto bisogna avere le idee chiare sul progetto. Ed è proprio questo il punto debole dell’Occidente e dell’Italia in particolare: manca un modello per il futuro, perché i Paesi sono lacerati da tensioni sui loro fondamentali sociali, economici, identitari e valoriali. Il primo passo per reimmettere fiducia nel sistema è ricostruire un nucleo condiviso di valori e prospettive.

  • La politica, insomma, non la si può scindere dai sentimenti, come ha dimostrato nelle pagine del suo libro.

Certamente no. Anzi sembra proprio che sentimenti ed emozioni siano sempre più importanti, al punto da configurare un modello politico basato non più sulla “democrazia della volontà popolare” ma sulla “democrazia della personalità”. Un nuovo modello istituzionale esposto ai repentini cambiamenti del “sentiment” popolare e al rischio di manipolazioni del consenso. Un modello da gestire con molta “intelligenza emotiva”, applicata però alla politica.