I cittadini non accettano le scuse del premier Conte

di Federica Masi
4 Maggio 2020

Nella sua ultima apparizione televisiva, oltre a una tentata spiegazione mal riuscita della fase 2, il Presidente del Consiglio si è rivolto a tutti coloro i quali ancora non hanno percepito alcun aiuto economico dallo Stato, porgendo loro le scuse meno sentite.

Gli imprenditori, i commercianti e tutti i lavoratori dimenticati dal Governo sembra non abbiano accettato delle facili quanto retoriche scuse, poiché la situazione economico-sociale sta prendendo la rotta verso gli Inferi.

Infatti le perdite registrate in questi mesi di fermo sono altissime, come testimoniano le ultime rilevazioni di Confcommercio, e destinate a peggiorare nel corso dei prossimi mesi. Non possiamo bersagliare tutti i commercianti che a marzo sono stati costretti ad abbassare le saracinesche senza certezze, e che continuano invano ad aspettare l’erogazione dell’indennità o della cassa integrazione.

È solo colpa della burocrazia? Direi di no. Bisognerebbe attribuire più responsabilità a chi le responsabilità non vuole assumerle, pensando bene di creare task force per distribuire omogeneamente ogni problema sorto a causa della pandemia, restando in piedi con un «mal comune mezzo gaudio». La fase due non è chiara a nessuno, per via di una comunicazione del tutto inadeguata e per una crisi di rappresentanza. 

Il cittadino ha perso il punto di riferimento, tra task force chiamate a risollevare il paese ma con sede di controllo a Londra, virologi che battagliano sui social a suon di tweet e un Governo incapace di dare le giuste risposte. Il tallone di Achille di questa prossima fase due sembra proprio essere l’assenza di una rappresentanza, dopo l’abdicazione di Conte dalla seggiola delle responsabilità, momentaneamente affidate alla virologia.

Il Governo traccia la via per un timido allentamento delle misure restrittive, suddividendo per settori commerciali e non per norme di sicurezza, finanche rinnegando la libertà di culto, richiamata severamente dalla Cei.

Per tale ragione dopo il dpcm del 26 sono insorti tutti coloro esclusi dalla fase due, ossia parrucchieri, estetisti, gestori di bar e ristoranti e altri codici ateco. Ma perché mortificare ancora una volta queste categorie di lavoratori, meritevoli della stessa libertà degli altri di poter lavorare e guadagnare in sicurezza? Bisognerebbe far ripartire tutte le attività  ̶  senza alcuna discriminazione settoriale  ̶  che assicurino il rispetto dei protocolli di sicurezza. L’ultimo dpcm ha portato non poco malcontento tra il popolo italiano e con ciò un pressing su regioni e comuni, costretti a prendere in mano la situazione.

D’altronde, andando alla radice della questione, la ripartenza simmetrica per tutto il territorio nazionale mette in difficoltà ogni realtà economica e causa un ulteriore scompiglio tra istituzioni e cittadini stessi.

La ribellione da parte di alcune regioni ha portato a risultati migliori, tra queste vincente pare essere la ricetta del Veneto di Luca Zaia  ̶ insieme alla stretta collaborazione del virologo Crisanti  ̶   oggi pronta per nuove riaperture.

A seguire, il coraggio di Jole Santelli, apertamente oppostasi al volere assoluto del Governo giallorosso   ̶   ormai sbiadito considerate le ultime vicende  ̶ , con la riapertura di bar e ristoranti all’aperto.

Le proteste non tardano ad arrivare dalla regia romana, che tenta di impugnare le decisioni delle regioni coraggiose. Anche in questo caso non mancano le disparità, più di colore politico stavolta, poiché ad essere contestate sono proprio le regioni a conduzione centrodestra, mentre le decisioni del centrosinistra vengono apprezzate, come quelle del governatore campano De Luca manifestatosi ancora più severo sulle regole da seguire.

Anche le scelte di una anticipata apertura nella regione Puglia non sembrano far chiasso a Palazzo Chigi, eppure ben allineate con altre regioni pro ripresa economica. Il quadro del panorama politico è l’unico ad essere chiaro: la maggioranza è instabile, l’opposizione viene respinta, i lavoratori sono al collasso e milioni di attività cesseranno di esistere.

La preferenza di una parte del Governo di mantenere chiuse numerose attività per la preservazione sanitaria è reale o è pura retorica? Sicuramente bisogna sempre tener presente l’emergenza sanitaria e i tutti i dati di diffusione del virus, ma ciò non può essere usato per condannare l’economia, fattore determinante per la sopravvivenza. È vile accusare le forze politiche  favorevoli ad un’apertura sicura e controllata   di mera propaganda, poiché la realtà dei fatti è visibile agli occhi di tutti e costantemente documentata.

Il dibattito tra “aprire tutto” e “chiudere tutto” confonde i cittadini, i quali il 4 maggio non sapranno come comportarsi, in mancanza di tangibili e precise disposizioni. Altro evidente buco del Governo l’assenza di una road map per il rilancio del turismo e quindi delle strutture estive e balneari, oltre a una definita azione per la mappatura del contagio, vale a dire tamponi e strumenti sanitari.

D’altra parte, comprendiamo, che «questo governo non lavora col favore delle tenebre», ma neppure col favore della maggioranza. Infatti le ultime decisioni, varate col dpcm del 26 aprile, fanno acqua da tutte le parti e per evitare il rischio di affondare è necessaria una forte presenza dello Stato affinché vengano salvate tutte le attività che stanno annegando nelle acque della pandemia Covid19.