Graziosi: “il peso politico più negativo grava sulle spalle di Joe Biden”

Abbiamo intervistato Stefano Graziosi, giornalista de La Verità e Panorama, collaboratore del think tank statunitense Heritage Foundation. Nel suo dialogo con Nazione Futura spiega la situazione politica all’interno del Partito Democratico e del Partito Repubblicano USA, evidenziando inoltre gli errori e le incoerenze della politica mediorientale dell’amministrazione di Joe Biden.

Lo scandalo dei documenti classificati rinvenuti in uffici ed abitazioni di Donald Trump e Joe Biden che effetto politico rischia di avere sulle due figure?

In questo frangente il peso politico più negativo grava sulle spalle di Joe Biden, perché lo scorso settembre (circa un mese dopo la perquisizione nella residenza di Donald Trump) aveva dichiarato che l’ex presidente USA fosse stato “totalmente irresponsabile” nel trattenere quei documenti. Ora, si scopre che la stessa azione è stata compiuta anche da lui. Certo, è doveroso affermare che la quantità di documenti rinvenuti nell’ufficio e nell’ex residenza di Biden sia inferiore rispetto a quella trovata in casa di Trump, ma sul piano del principio la notizia assume la stessa gravità. Pertanto, il problema per entrambi, al di là delle indagini e della questione legale, resta di carattere politico: Biden aveva criticato Trump e nel gennaio 2021 l’allora portavoce della Casa Bianca Jen Psaki affermò che il suo avvento “avrebbe ripristinato la trasparenza nell’amministrazione”. I fatti affermano il contrario, dato che numerosi giornalisti di varie testate, non necessariamente di area repubblicana, chiedono alla Casa Bianca perché il ritrovamento dei documenti, risalente al 2 novembre scorso, è stato reso pubblico soltanto ad inizio gennaio. Probabilmente, perché l’8 novembre erano in programma le elezioni di Midterm ed un simile scandalo avrebbe danneggiato il partito in termini elettorali.

L’uscita ed il frastuono mediatico di simili scandali evidenziano una volontà da parte dell’establishment democratico di superare politicamente la figura di Joe Biden?

Credo che sia verosimile che l’establishment democratico stia iniziando a scaricare Joe Biden. In primis, è da annotare l’assordante silenzio di Barack Obama sullo scandalo dei documenti. Come riportò la NBC nel marzo del 2020, Obama fu il grande regista della campagna elettorale di Biden per le presidenziali, che pure era partito male alle primarie. Il suo silenzio e la mancata difesa in questa fase segnano un campanello d’allarme. Inoltre, sono intervenuti vari big del Partito Democratico, come il deputato Adam Schiff, che ha addirittura affermato che il gesto di Biden “potrebbe aver compromesso la sicurezza nazionale”. Anche la stampa vicina ai DEM sta mutando il proprio atteggiamento ed è probabile che qualcuno ai vertici dei democratici abbia intenzione di puntare su un’altra figura in vista del 2024.

 In vista delle presidenziali, quali sono le prospettive interne ai due partiti? Chi potrebbe sfidare e magari battere Donald Trump e Joe Biden alle primarie?

 Tra i repubblicani al momento Trump è l’unico ad essersi candidato. Si stanno scaldando dietro le quinte vari esponenti come i governatori di Florida e Virginia Ron De Santis e Glenn Youngkin, o l’ex Segretario di Stato Mike Pompeo e l’ex ambasciatrice all’ONU Nikki Haley. Il tycoon non è politicamente messo bene al momento, dato che è coinvolto in indagini legali e fiscali, oltre ad essere uscito azzoppato dalle elezioni di Midterm. Tuttavia, Trump durante i dibattiti ed i confronti e televisivi ha dimostrato di sapersi muovere, ragion per cui bisogna sempre stare attenti a darlo per spacciato, anche perché continua ad aver seguito all’interno dell’elettorato repubblicano, nonostante questo non basti da solo per tornare alla Casa Bianca. Sul fronte democratico, Joe Biden dovrebbe a breve ufficialmente ricandidarsi, anche se lo scandalo emerso lascia perplessità a riguardo e lo danneggia mediaticamente. Chi potrebbe sfidarlo alle primarie? La vicepresidente Kamala Harris, anche se è indebolita dalla sua implosione nell’amministrazione, non essendo riuscita ad ottenere un risultato politico degno di nota su nessun dossier. Nello stesso partito democratico non è mai stata molto amata. Un’altra figura che potrebbe scendere in campo è il segretario ai trasporti Pete Buttigieg, ma anche lui ha i suoi problemi dovuti alla crisi degli aerei, che politicamente l’hanno danneggiato perché il dicastero di competenza era il suo. Inoltre, c’è l’astro nascente del partito democratico che è pronto a scendere in campo, il governatore della California Gavin Newsom, giovane e con il vento in poppa. Resta poi la solita ala di estrema sinistra rappresentata da Bernie Sanders che qualcuno potrebbe proporre, soprattutto se Biden non dovesse ricandidarsi.

Quali sono le prospettive future del sostegno militare e diplomatico americano all’Ucraina? Durerà a lungo termine? 

 L’opinione pubblica americana ha sempre dato segnali discordanti, con i sondaggi che testimoniavano come la maggioranza degli americani fosse favorevole a sostenere Kiev ma, al tempo stesso, contraria all’invio di armi a lunga gittata o impaurita dall’eventuale escalation nucleare. Quanto al fronte politico, con la Camera in mano ai repubblicani non credo che ci saranno cambi strutturali. Il sostegno all’Ucraina, soprattutto sul piano militare, proseguirà. Al massimo, con l’arrivo di Kevin McCarthy potremmo assistere ad una maggiore oculatezza nella spesa, con più controllo sul tracciamento delle armi. McCarthy ha sempre affermato comunque l’intenzione di proseguire il sostegno a Kiev. Nel Partito Repubblicano sono presenti tre aree: alcuni esponenti sono più interventisti dello stesso Joe Biden, criticato per la sua debolezza, come il Capogruppo al Senato Mitch McConnell, che vorrebbe intensificare gli aiuti a Kiev. C’è poi una pattuglia minoritaria ma presente di isolazionisti che vorrebbe disinteressarsi della faccenda e c’è il corpaccione intermedio che risponde all’ala di McCarthy, favorevole al sostegno ma intenzionato a chiedere attenzione sulla gestione del debito e dei soldi dei contribuenti americani, promuovendo un dibattito di politica interna.

In che modo gli USA potrebbero sostenere maggiormente le proteste in corso in Iran, al fine di favorire un regime change nel paese?

 L’amministrazione Biden ha commesso il clamoroso errore di riavviare le trattative per ripristinare il controverso accordo sul nucleare con l’Iran, siglato nel 2015 frettolosamente da Obama e da cui Trump si ritirò nel maggio 2018. Biden promise di ripristinarlo per tutta la campagna elettorale senza avere un piano preciso, solo per sconfessare l’eredità del predecessore. Riavviando le trattative nell’aprile del 2021 con il regime iraniano, ha creato un cortocircuito che si è aggravato dopo l’invasione dell’Ucraina, dato che l’Iran è il principale alleato Mediorientale della Russia. La stessa Casa Bianca denuncia da mesi la consegna di droni ed armamenti a Mosca da parte di Teheran. C’è chi afferma che si possano sostenere le proteste nel paese pur volendo rinnovare l’accordo sul nucleare con l’Iran. Non è così, perché un eventuale accordo rafforzerebbe il regime in chiave geopolitica ma anche interna, consolidandone il potere. Siamo nella paradossale situazione in cui Biden ha sanzionato Putin ma tratta con uno dei suoi alleati principali, per rilanciare un accordo che se andasse a buon fine comporterebbe la riduzione delle sanzioni alla stessa Teheran, creando una scappatoia anche alla Russia. Stesso discorso vale per il Venezuela.

In caso di scoppio di conflitto diretto tra Israele ed Iran, crede che gli USA entrerebbero in guerra al fianco di Gerusalemme?

In linea teorica si, ma il punto da affrontare sono proprio le relazioni tra Washington e Gerusalemme. Nel 2021, per rilanciare l’accordo sul nucleare con l’Iran, l’amministrazione Biden ha isolato Israele e l’Arabia Saudita producendo un effetto domino che si è riversato su tutto il Medio Oriente. La crisi di Gaza del 2021 nasce all’interno di questo contesto: raffreddando i rapporti con Riad e Gerusalemme gli USA hanno rafforzato i terroristi di Hamas, che hanno profondo legame con lo stesso Iran, rinfocolando le tensioni nel teatro geopolitico mediorientale. L’atteggiamento assurdo di Biden ha spinto Riad tra le braccia di Mosca e Pechino ed ha ovviamente irritato Gerusalemme. Nel suo viaggio di luglio in Israele, Biden ha ricevuto forti riserve da parte dell’allora premier Lapid sulle modalità con cui Washington ha approcciato all’accordo sul nucleare iraniano. Credo che i rapporti tra Gerusalemme e Washington diventeranno più tesi fino a quando i democratici saranno alla Casa Bianca.