Gli aiuti di Draghi: un altro bazooka che spara a salve

di Redazione
22 Marzo 2021

È di queste ore l’approvazione in Consiglio dei Ministri del cosiddetto Decreto Sostegno, ampiamente atteso e annunciato fin dai primi vagiti del governo Draghi, che ha ingenerato fin da subito frementi aspettative nel mondo imprenditoriale. L’obiettivo era chiaro: superare il meccanismo lacunoso dei ristori, che era riuscito a compensare (parzialmente) le perdite di fatturato di un’esigua parte delle attività produttive. Il criterio dei codici ATECO, vale a dire quel codice che identifica la specifica attività economica, aveva di fatto escluso una larga parte di imprese, in particolare quelle appartenenti alle filiere collegate ad ambiti gravemente colpiti. Così, mentre le imprese di ristorazione vedevano in parte (piccola, in verità) compensate le perdite, ne erano escluse buona parte delle attività collegate, come ad esempio le agenzie di organizzazione di eventi o gli studi di consulenza aziendale.

Così, su pressione dei diversi comparti produttivi, il nuovo governo ha da subito dovuto mettere in conto una riformulazione del meccanismo dei contributi a fondo perduto per le aziende che hanno visto scendere in maniera considerevole il fatturato 2020, a causa delle misure imposte per contrastare l’emergenza COVID-19. Dopo settimane di attesa, nella serata del 19 marzo, il Consiglio dei Ministri ha licenziato finalmente la tanto sospirata misura, che vede ragionevolmente superata la logica dei codici ATECO, per ricomprendere indistintamente tutte le imprese che hanno avuto un calo del fatturato di almeno il 30%.

Ma il decreto, per quanto è dato di sapere dalle bozze circolate nel web e non ancora pubblicate in Gazzetta Ufficiale, pare da subito largamente insufficiente. A fronte, infatti, dell’allargamento della platea di imprese grazie alla modifica citata, introduce un meccanismo di calcolo del contributo che ne rende ridicola la consistenza. In sostanza, verificato che ci sia stata una diminuzione di almeno il 30% del fatturato 2020 rispetto al fatturato 2019, lo Stato verserà una percentuale tra il 20% e il 60% della differenza della perdita media mensile. 

In altre parole, se un’azienda fatturava 60 mila euro nel 2019 e ne ha fatturati 24 mila nel 2020, la differenza di 36 mila va divisa per 12 (= 3.000/mese) e sull’importo risultante va applicata la percentuale, che per la fascia di fatturato presa in considerazione è quella massima, cioè 60%, per un contributo finale pari a mirabolanti 1.800 euro a fronte dei 36.000 persi. Per non parlare delle fasce di fatturato superiori, che vedono diminuire proporzionalmente la percentuale da applicare. 

In definitiva, nella migliore delle ipotesi, il contributo erogato sarà pari al 5% della perdita annua subita, nella peggiore di meno del 2%. Insomma, una flebo di glucosio per un malato terminale, più una cura palliativa in attesa dell’inevitabile fallimento di tante aziende, che l’agognata terapia salvavita, in attesa che l’organismo si riprenda verso la via della guarigione.

Se la “bodenza di fuoco” di contiana memoria, era risultata, allo stato dei fatti, poco più che un nugolo di miccette di Capodanno inesplose, questa volta sembra davvero che il “drago”, dopo tanta attesa e promesse di epocale cambiamento proprio da colui che è stato acclamato come uomo che avrebbe risollevato mercato e imprese, abbia infine partorito un topolino. Zoppo.

Simone Zanin