Contro il fanatismo di europeisti e sovranisti

di Alessandro Aragona
4 Aprile 2017

In Italia il calcio è lo sport nazionale. Tutto viene vissuto con lo spirito del tifoso e ogni argomento di discussione viene affrontato
con la logica della curva. Anche le tematiche europee non sfuggono a questa regola. Niente come una chiacchierata con un europeista convinto ti fa venir voglia di andare a goderti la Brexit nella campagna del Kent. Al contrario, se dialoghi con i sovranisti, l’impulso è quello di passare il confine e richiedere la residenza in Carinzia. Il dibattito politico sull’Europa ha ormai assunto livelli di puro fanatismo, tali da rendere impossibile la piena adesione intellettuale a uno dei due modelli proposti. Prendiamo ad esempio coloro che continuano a puntare sull’attuale struttura dell’Unione. Al di là della cecità di chi non vuol vedere le disfunzioni create dall’attuale modello organizzativo, appaiono ancor più singolari le proposte di chi vuol salvarne l’assetto riformandolo più o meno radicalmente dall’interno. Sentire parlare di “più Europa” o addirittura di Stati Uniti d’Europa, come parole d’ordine per cambiare verso alle politiche attuali, fa capire come l’eurodelirio ormai sia inarrestabile.

Pensare di recuperare efficienza prevedendo politiche fiscali e di bilancio comuni, accentrando ulteriormente le competenze delle istituzioni rappresentative e uniformando le politiche economiche, vuol dire somministrare una cura peggiore della malattia.
Anche riconoscendo il valore di alcune funzionalità da salvaguardare, ogni tentativo di riforma deve andare nella direzione opposta: meno centralismo decisionale e burocratico, più autonomia e più concorrenza tra le aree territoriali che ne fanno parte, principi che appaiono ancora più veri in un contesto di unità monetaria. Senza voler entrare nel merito sull’opportunità di rimanere o uscire unilateralmente dalla moneta unica, o di chiederne uno scioglimento concordato, va da sé che quantomeno poter usufruire pienamente delle leve fiscali e di bilancio permette ai singoli Stati di mitigare la rigidità monetaria dell’Eurozona ora che non è più possibile fare leva sulle svalutazioni competitive, sempre ammesso che questa possa essere la soluzione ideale. Il tutto, senza prendere posizione netta sui temi valoriali e identitari che, questi si, non possono prescindere da qualsiasi progetto comune che sia condiviso e duraturo, pena il fallimento dello stesso.

Nella critica intransigente dei sovranisti, ritroviamo invece l’idea che solo con la ritrovata sovranità monetaria gli Stati nazionali potranno tornare a ricreare benessere. Anche in questo caso, senza voler esprimere un giudizio di valore, vale la pena rimarcare come la gran parte dei mali italiani (la corruzione, le mafie, l’uso dissennato della finanza pubblica per fini politici clientelari) siano antecedenti e non correlati all’entrata nella moneta unica la quale, se non altro, ha consentito ingenti risparmi per le casse statali garantendo tassi bassi nel lungo periodo. Che poi di ciò abbiamo deciso di non beneficiarne, è un altro discorso. Se l’obiettivo è quello di riprendere in mano la leva finanziaria per ricominciare a monetizzare la spesa corrente e rimandare ancora una volta le riforme necessarie per rendere il nostro sistema industriale moderno e competitivo, meglio tenersi l’austerity e la responsabilità di bilancio, la quale, peraltro, è elemento imprenscindibile di una vera politica conservatrice dai tempi di Quintino Sella. In questo senso, il dibattito sull’uscita dall’euro perde di significato. Ciò che veramente conta è ciò che intendiamo fare la mattina dopo con i soldi dei contribuenti e la finanza pubblica, anche se, guardando a ritroso, non possiamo che essere pessimisti.