Enrico Cuccia: potere e capitalismo nel Novecento italiano, intervista a Federico Bini

di Redazione
20 Luglio 2022

Pubblichiamo un’intervista Federico Bini, autore del libro All’ombra di Enrico Cuccia: potere capitalismo nel Novecento italiano pubblicato di recente.

1.     Enrico Cuccia è stato uno dei più importanti banchieri italiani: cosa rappresenta
per lei questa figura?
Rappresenta un’Italia che dopo la caduta e la disgrazia del fascismo ritorna ad essere una
democrazia, seppur “anomala”, o come diceva Moro “difficile”. Cuccia da grande
calcolatore, tessitore e osservatore riesce a imporsi come la figura centrale del sistema
economico italiano. E nonostante l’Italia sia invasa (e continui ad esserlo) da una imperante
partitocrazia, lui tiene la sua Mediobanca al riparo dalle segreterie di partito romane, con cui
certamente dialoga, ma poi preferisce tornarsene a Milano. Saranno infatti pochi i leader
politici stimati da Cuccia come ad esempio Ugo La Malfa. A cui lo legava una fraterna
amicizia.


2.     A suo parere, cosa ha contraddistinto Enrico Cuccia, nello scenario economico,
rispetto ad altri personaggi di rilievo del Novecento?
Cuccia è stato il potere, un potere che si conquista con duro lavoro, affidabilità, pazienza e
discrezione. Cuccia, nell’Italia dei governi balneari ha sempre dato prova di stabilità anche
all’estero, soprattutto sul fronte atlantista, perché non dobbiamo dimenticare che il suo era
un sistema che andava oltre i confini nazionali.


3.     All’interno del suo saggio vengono nominati grandi personalità (Cefis, Fanfani…),
quali sono i suoi pareri riguardo queste figure?
Difficile dirlo non avendoli conosciuti. Sicuramente si può affermare che Cefis, Fanfani,
Ferruzzi, Gardini, Rizzoli, erano tutte figure dotate di una grande personalità, volevano fare
grande la loro industria e quindi il paese. A differenza di molti avevano una visione…
sicuramente dopo Cuccia, Cefis è stato il più temuto.


4.     Cosa hanno significato le collaborazioni di tali personaggi con Cuccia?
Lui era il punto di riferimento di ogni operazione e sapeva inquadrare bene i suoi
interlocutori. Sicuramente il più “estroverso e introverso” è stato Raul Gardini, che sotto
sotto nutriva un certo disprezzo dei banchieri tanto da dire: “Io ai banchieri pago solo le
commissioni”. E quando Gardini volle fare il grande salto, prendendosi il colosso
Montedison, con un gruppo già fortemente indebitato, Cuccia si mese in “disparte”
aspettando il momento giusto per colpire, dal momento che l’erede di Serafino aveva messo
mano su uno dei suoi gioielli, la Fondiaria. E infatti nel ’93 i Ferruzzi, in particolare Sama,
andarono “a Canossa” a chiedere aiuto a Cuccia che fu prontissimo a commissariare il
gruppo riprendendosi così la Fondiaria e segnando l’inizio dello smantellamento del grande
gruppo ravennate, dato che Cuccia aveva una preoccupazione principale: far rientrare le
banche dei capitali esposti.

5.     Quali sono, secondo lei, le innovazioni che Cuccia ha apportato nello spaccato
economico dell’Italia del Novecento?
Su questo punto sono molto critico. Cuccia ha protetto un certo – importante – capitalismo
da una eventuale e anticipata disgregazione del settore privato ma anche in parte pubblico.
Si è troppo concentrato nel creare una élite familistica con al vertice la Fiat di Romiti più
che di Gianni Agnelli, impedendo una reale e sana concorrenza di mercato in ambito finanziario ed economico. Certo, Cuccia sapeva bene che i capitani d’industria italiani erano
“capitalisti senza capitali”, e ne conosceva quindi i limiti, motivo per cui si è mosso da
“padrone dei padroni” cercando fino all’ultimo di salvare il suo impero di relazioni. Non a
caso si parla di “capitalismo di relazione”.


6.     Nel titolo del suo saggio (All’ombra di Cuccia) si evince un’aura di mistero in cui
costui è avvolto. “Mistero”, infatti, è anche un termine che lei spesso gli ha attribuito.
Cosa ha reso Cuccia una figura “misteriosa”?
Sicuramente per noi ragazzi di oggi, abituati a vivere sui social e condividere momenti di
vita e di lavoro anche con banchieri di caratura internazionale, politici, economisti ecc…
una figura come Cuccia appare inevitabilmente misteriosa solo a vederlo per la prima volta
in fotografia. Comunque l’essere misterioso, che lo riconduce al centro dei principali fatti
del ‘900 italiano, dal caso Sindona al Banco Ambrosiano, è più che altro riconducibile
all’alone di silenzio che ha imposto alla sua banca e al suo modo di non rilasciare interviste,
pubbliche o private. Si concedeva solo una chiacchierata con Indro Montanelli, con cui poi
ebbe anche un duro scontro ai tempi della Voce. Ma questa è un’altra storia.


7.     Quali sono gli insegnamenti da trarre da Cuccia e da trasmettere alle generazioni
future?
Essere ambiziosi, lavorare molto, avere tenacia e poi una buona dose di fortuna.


8.     Qual è il suo pensiero riguardo l’attuale situazione economica italiana?
Drammatica. Siamo un paese con una consolidata “democrazia bloccata” da un sistema
economico gestito dallo Stato attraverso burocrazia, innumerevoli enti pubblici, altissima
tassazione fiscale, fortissime lobby e vecchie corporazioni. A ciò si aggiungono salari bassi,
scarso sviluppo tecnologico, materie prime carissime, inflazione oltre l’8% e un
ridimensionamento ancora più costante della classe media (e del suo potere d’acquisto). La
vera colonna portante del sistema Italia. La guerra in corso tra Russia e Ucraina ha messo
ancora più in evidenza i mali di questa Europa ma soprattutto dell’Italia, un paese fermo
sempre sul “NO”, dai termovalorizzatori al nucleare, che oggi però si trova a dover
affrontare un futuro molto difficile. La mia non è una visione pessimistica, bensì realistica.

9.     A suo parere, esiste un “moderno” Cuccia?
No. Esiste però una grande figura di riferimento nel sistema bancario che è Carlo Messina.