Elogio delle primarie, nonostante il PD

di Alessandro Aragona
3 Maggio 2017

Un amico, col quale spesso parlo di politica, non smette mai di ricordarmi lo scambio di battute che ebbe con un americano incontrato per caso in una località di villeggiatura. “Certo che siete strani, voi italiani” disse l’uomo d’affari di Boston. “Noi sono duecento anni che abbiamo due partiti e cambiamo i politici, voi cambiate i nomi ai partiti ma i politici rimangono sempre gli stessi”. Effettivamente, è difficile dargli torto. L’autoconservazione e il mancato ricambio della nostra classe dirigente rappresentano uno degli ostacoli principali al rilancio del sistema Paese. Se è vero che parte delle colpe sono attribuibili ad una interpretazione dello svolgimento delle funzioni pubbliche meno etica e responsabile rispetto altrove, l’elemento cruciale della questione si identifica inevitabilmente con la scelta e la condivisione dei meccanismi di selezione.

Per essere chiari, non solo non abbiamo il Cameron di turno che, perso il referendum, ritiene definitivamente chiusa la propria esperienza politica e decide di tornare a fare il cittadino comune (anzi, di recente da noi è avvenuto il contrario), ma siamo totalmente privi di regole che diano forma alla natura dei partiti e li rendano realmente contendibili. In questo senso, le primarie, anche per il centrodestra, non sono più eludibili, rappresentando per definizione lo strumento più chiaro, semplice ed efficiente. Il fatto che il PD, l’unico partito in Italia che le organizza, abbia volontariamente evitato di regolamentarle in modo trasparente dando spesso vita a situazioni pasticciate al limite del grottesco, non ne inficia di certo la validità; e, di certo, non ne sminuisce il valore rispetto a qualche click fatto su una tastiera (sempre che poi il guru non decida di disattenderne il risultato) o a candidature scelte in gran segreto in qualche stanza di partito. Le critiche provenienti dal centrodestra sembrano capziose e in realtà nascondono la vera volontà di fondo, che è quella, al di là delle enunciazioni di facciata, di non farle. I risultati, purtroppo, sono sotto gli occhi di tutti: un Parlamento e tante giunte locali infarciti di starlette e amici degli amici che, quando va bene, sono inutili collezionisti di gettoni di presenza, quando va male, amministratori dannosi e incompetenti. La presenza di Berlusconi sulla scena rappresenta ovviamente un ostacolo invalicabile.

Perché farle, del resto, se si ha già un leader forte riconosciuto come tale? Al di là del fatto che il quesito potrebbe anche essere ribaltato (perché non farle se si è sicuri di stravincerle?), il limite di questa impostazione è pensare che le primarie siano una mera “conta” tra gli aspiranti leader per determinare il livello di consenso, mentre proprio da un loro utilizzo strutturale per scegliere a livello di base i dirigenti di partito o i candidati per le cariche elettive ne deriverebbe un profondo rinnovamento della politica. È singolare che molti di coloro che hanno accolto con euforia l’elezione di Trump negli Stati Uniti, qui da noi siano feroci avversari delle primarie, non comprendendo che è proprio grazie ad esse se oggi possono applaudire il Presidente che volevano. Al posto loro, in Italia, non le avremmo fatte. Del resto, c’è il terzo della dinastia Bush, chi meglio di lui, ci saremmo detti. E poi Trump si, è simpatico, ma chi volete che lo voti. Lui avrebbe corso da indipendente (forse) e il voto utile sui due partiti maggiori avrebbe premiato la Clinton. E l’idraulico dell’Ohio, con la schiena spezzata da una lunga giornata di lavoro, con la sua matita non avrebbe avuto la possibilità di cambiare il corso della storia.