Dalla Legge Acerbo al Rosatellum: come fare ordine nel caos delle leggi elettorali

di Marco Bachetti
22 Maggio 2017

Tiene banco proprio in queste settimane il consueto dibattito sul sistema elettorale, che tradizionalmente caratterizza l’ultimo anno di legislatura da quando nel 1993 si passò dal proporzionale al maggioritario. Sono circa una trentina i disegni di legge depositati in commissione Affari costituzionali alla Camera riguardo la riforma della legge elettorale: dalla riproposizione del sempreverde Mattarellum a tentazioni di reazione proporzionale in pieno stile Prima Repubblica passando per svariate ricerche di adeguare l‘Italicum alle osservazioni della Corte costituzionali (sent. 35/2017). Giusto in queste ore si dibatte di Rosatellum, dal nome del capogruppo Pd alla Camera, un sistema misto 50% proporzionale 50% maggioritario uninominale, che solo in parte ricorda il Mattarellum ma in realtà è un sistema pasticciato che limita fortemente la libertà di scelta dell’elettore senza produrre effetti chiaramente maggioritari. Probabilmente né il Rosatellum né le altre numerose proposte di riforma andranno in porto, il dibattito in aula inizierà il 5 giugno ma verosimilmente non ne uscirà nulla di buono se non marginali aggiustamenti del sistema attualmente in vigore.

Personalmente ritengo particolarmente valido il sistema proposto dal deputato Pd Fragomeli, che adegua l’Italicum alle indicazioni della Consulta prevedendo, nel caso in cui nessuna lista raggiungesse il 40% dei voti validi per accedere al premio di maggioranza, un secondo turno tra quelle liste che avessero raggiunto il 20% facendo scattare il premio al raggiungimento del 37%. Questo secondo turno sarebbe valido solo in caso di raggiungimento del quorum di affluenza del 50% più uno degli aventi diritto. È evidente come un sistema analogo garantirebbe chiarezza immediata sull’esito delle elezioni e allo stesso tempo una vasta rappresentanza delle minoranze, mantenendo la soglia di sbarramento universale al 3%. L’impressione è che si possa raggiungere una larga convergenza su un testo simile, fatta salva l’accettazione del principio per il quale “chi vince, governa!”.

Concluse le doverose premesse sulla situazione odierna, proviamo a ripercorrere l’evoluzione storica delle leggi elettorali in Italia. È risaputo che fino al 1993 è stato in vigore per svariati decenni un sistema proporzionale puro mentre dopo si sono succeduti diversi sistemi elettorali con lo scopo di forzare il passaggio dalla democrazia consociativa alla democrazia competitiva mettendo mano al criterio di trasformazione dei voti in seggi, pensando che in questo modo si potessero colmare le lacune di una forma di governo parlamentare a vocazione chiaramente proporzionale. Ma quali sistemi elettorali hanno regolato il gioco della politica nella storia unitaria del nostro Paese?

Nell’Italia regia solo la Camera dei deputati era elettiva, mentre i senatori venivano nominati dal Re. La prima legge elettorale italiana venne ereditata dal Regno sabaudo e restò in vigore fino al 1880: si trattava di un sistema maggioritario uninominale con doppio turno, che prevedeva un ballottaggio tra i due candidati più votati qualora al primo turno nessun candidato avesse ottenuto almeno un terzo dei voti degli aventi diritto e metà dei voti validi. Come è noto, il diritto di voto era fortemente limitato sulla base di requisiti quali l’alfabetismo ed il censo, che restringevano l’elettorato a circa il 2% della popolazione. Nel 1882 assistiamo ad una prima estensione del suffragio e la platea degli elettori crebbe di diverse unità (6% della popolazione). Per un breve periodo negli anni ’80 del XIX secolo fu poi adottato un sistema plurinominale a doppio turno, basato sullo scrutinio di lista e sulla possibilità di esprimere fino a quattro preferenze (in base alla grandezza del collegio). Questo sistema a vocazione sempre maggioritaria, ideato con lo scopo di superare meccanismi clientelari, non raggiunse gli effetti sperati e così nel 1892 si tornò all’uninominale con doppio turno che restò in vigore fino alla prima guerra mondiale, assicurando stabilità politica all’Italia liberale nell’alternanza tra le due principali forze politiche della Destra e della Sinistra storica, alle quali a partire dalla fine del secolo XIX si affiancava l’estrema sinistra radicale. Tra il 1913 ed il 1918, la nascita dei grandi partiti di massa ed il suffragio universale maschile stravolsero il quadro politico. Nel 1919 il Parlamento prorogato a causa della guerra approvò una riforma elettorale di stampo assolutamente proporzionale, con scrutinio di lista e preferenze. Il risultato che ne scaturì fu quello di un Parlamento che nella sua composizione fotografava i rapporti di forza politici presenti nella società. I liberali frammentati nelle varie liste sparse sul territorio non ressero l’impatto del confronto con i primi due grandi partiti di massa, il Partito socialista ed il Partito popolare che si piazzarono rispettivamente al primo e secondo posto. La proporzionale del ’19 rese di fatto l’Italia ingovernabile ed agì come apripista per l’instaurazione del regime fascista, il quale si legittimò democraticamente proprio attraverso una nuova legge elettorale adottata dal Parlamento nel 1923 con il consenso dei liberali.

La famosa legge Acerbo si innestava sul sistema proporzionale ma prevedendo un premio di maggioranza mostruoso (due terzi dei seggi) alla lista che avesse ottenuto la maggioranza dei voti validi, superando il quorum del 25%. In realtà questo espediente elettorale non si rivelò neanche necessario per il consolidamento del potere fascista dal momento che nelle elezioni del 1924 il Pnf superò abbondantemente la maggioranza assoluta, ottenendo il 65% dei voti validi. Il regime adotterà poi un sistema plebiscitario nel 1928, con i cittadini chiamati ad approvare o respingere listoni precompilati dal Gran consiglio del Fascismo, ed abolirà infine la Camera elettiva nel 1939 con l’insediamento della Camera dei fasci e delle corporazioni. Dopo la fine della guerra, tutti gli italiani (per la prima volta anche di sesso femminile) eleggeranno l’Assemblea costituente con un sistema proporzionale puro. Concepita per eleggere la Costituente, fu poi mantenuta per l’elezione della Camera dei deputati e restò in vigore fino al 1993 (con la sola eccezione delle elezioni del 1953, nelle quali fu previsto un premio di maggioranza alla coalizione vincente che però non sortì gli effetti auspicati). Per il Senato repubblicano fu invece adottato un sistema uninominale distorto in senso proporzionale, il quale prevedeva l’elezione del candidato vincente nel collegio solo qualora avesse raggiunto il 65% dei voti validi. In caso contrario si ripartivano i seggi su base regionale secondo un metodo proporzionale. Tale sistema perdurò fino al 1993, quando fu travolto dai referendum elettorali, promossi dall’esponente democristiano Mariotto Segni.

Il Parlamento, costretto a legiferare, approvò così il Mattarellum che introduceva un sistema misto per il 75% maggioritario uninominale e per il 25% proporzionale. In teoria questo nuovo sistema produsse un’alternanza tra due poli di centro-destra e centro-sinistra ma nei fatti provocò una instabilità dei governi dovuta al ricatto delle forze politiche minori, fondamentali per vincere nei collegi uninominali. A pochi mesi dalle elezioni del 2006, la maggioranza di centro-destra cambiò sistema ed adottò un proporzionale con premio di maggioranza alla prima coalizione, abolendo le preferenze. Tuttavia la previsione di un premio su base nazionale alla Camera e di un premio su base regionale al Senato contribuì ad una composizione troppo differenziata dei due rami del Parlamento con un Senato spesso ostile alla maggioranza di governo. Il resto è storia recente e ad oggi, per la prima volta nella storia d’Italia, esiste la concreta possibilità di presentarsi alle elezioni del 2018 con un sistema elettorale non votato dal Parlamento ma frutto di due sentenze della magistratura costituzionale. Ad maiora!