Cancel culture. Emanuele Mastrangelo: «La mia inchiesta sulla pazzia contagiosa»

di Federica Masi
10 Dicembre 2020

Emanuele Mastrangelo ci presenta il suo nuovo libro Iconoclastia. La pazzia contagiosa della cancel culture che sta distruggendo la nostra storia, scritto insieme a Enrico Petrucci. Un saggio che restituisce la verità e l’importanza della storia come antidoto contro la follia contagiosa di chi vuole scalfire il retaggio del passato.

  • L’iconoclastia ha origini lontane ma conseguenze ancora molto attuali e il libro Iconoclastia. La pazzia contagiosa della cancel culture che sta distruggendo la nostra storia prova a spiegarci il fenomeno. Cosa vuole comunicare questo saggio al lettore?

Nella storia l’iconoclastia è sempre stata figlia di momenti di fanatismo cieco e isterico. Quando è terminata la parentesi di pazzia collettiva ci si è puntualmente pentiti d’aver distrutto il retaggio del passato. La nostra epoca non fa eccezione a questa regola: il nostro scopo è diffondere la consapevolezza che quando saremo alle lacrime di coccodrillo, sarà troppo tardi. Tocca agire prima.

  • Dove e quando nasce la cancel culture?

La cancel culture nasce negli USA ed è il combinato disposto del mai scomparso puritanesimo d’oltreoceano con le teorie del cosiddetto “marxismo culturale” (che col Marxismo vero ha poco a che vedere) propugnate dagli intellettuali e dai docenti universitari di area liberal. Si tratta in sostanza del vecchio schema di caccia alle streghe in stile Salem declinato in salsa di politicamente corretto. Anziché magia e commercio col Maligno, le accuse sono “sessismo”, “razzismo”, “omofobia” e tutta la panoplia di nuove “fobie” inventate a ogni piè sospinto (“ableismo”, “transfobia” etc.), a cui poi s’aggiunge – in maniera inquietante – una sottotraccia razzista: se sei bianco, maschio ed eterosessuale sei colpevole a prescindere. Chi viene colpito da queste accuse finisce davanti a un tribunale isterico composto da “attivisti” che si scatenano sui social e in rumorose manifestazioni in strada invocando il boicottaggio del malcapitato. Il quale è costretto a rapidi autodafé, pena la vera e propria morte civile: rescissione di contratti, perdita del lavoro e dello status, esclusione dalla vita culturale e politica, minacce dirette e indirette. Va da sé che invece quando la cosa colpisce personaggi storici o monumenti la difesa è ancora più difficoltosa, perché essendo l’incriminato passato alla storia, ha bisogno di avvocati nel tempo presente, ma chi si assume questo ingrato incarico finisce travolto dalle medesime accuse: difendi una statua sudista? Sei un fautore del “razzismo” e dello “schiavismo”, indubitabilmente. Indubitabilmente perché chi dubita è complice. Un bel salto indietro di tre secoli nell’evoluzione del diritto…

  • Abbattendo le statue si vuole distruggere e censurare a posteriori una storia già scritta, nel nome del politicamente corretto. Quanto l’ideologia politica condiziona i popoli?

Volendo usare categorie di pensiero marxiste, l’ideologia è sempre la chiave con cui i popoli leggono la realtà che li circonda, e viene decisa dalle classi dominanti del momento. In questo particolare momento storico l’establishment ha deciso che la cancellazione orwelliana del passato è la parola d’ordine, e le folle obbediscono. Chi non obbedisce attivamente, si adegua passivamente. Infine, chi si oppone viene distrutto in varie maniere, non ultime quelle della perversione dello Stato di Diritto, come sta avvenendo in Spagna, dove fra poco i docenti che non si allineeranno a una rilettura della storia iberica in chiave anti-franchista e “arcobaleno” rischiano ammende da capogiro. La storia ci dovrebbe aver insegnato che pur dovendo sempre fare i conti con l’ideologia, la politica migliore nell’interesse di un popolo sarebbe lasciar delle maglie ideologiche abbastanza ampie da consentire a ciascuno di piangersi i propri morti, venerare i propri Dei e festeggiare le proprie ricorrenze, nel nome della concordia. Ma forse, a chi comanda realmente ora, la concordia non piace moltissimo e satanicamente preferisce la semina della zizzania.

  • In America, dopo l’uccisione di George Floyd, si è diffuso il movimento dei Black Lives Matter come reazione al cosiddetto “suprematismo bianco”. L’obiettivo degli attivisti è ripudiare le origini di ognuno di noi, a partire dal colore della pelle?

In realtà se nasca prima il “suprematismo” (virgolette d’obbligo) o il BLM è un po’ come dire se nasce prima l’uovo o la gallina. Nonostante i campanelli d’allarme su un fosco futuro di guerre razziali lanciate fin dagli albori degli USA da Thomas Jefferson, l’America aveva provato a comporre il dissidio fra bianchi e afroamericani. Negli anni Ottanta dello scorso secolo sembrava quasi essere riuscita a realizzare il sogno del “melting pot“. Ma poi tutto sembra venir giù di nuovo. E ora che i bianchi si avviano a un lento e – apparentemente – inesorabile declino demografico, chi aspira a rivangare dissidi ormai sanati e sepolti sente il sapore del sangue. E così c’è chi malignamente aizza contro gli americani d’origine europea le minoranze “colorate” e parte della stessa popolazione bianca, che esprime senza alcun ritegno posizioni dichiaratamente auto-genocide. L’attacco alla storia è fondamentale in tutto questo: l’America è stata una nazione bianca, fatta da bianchi per i bianchi fino agli anni Venti del XX secolo, con tutto ciò che comporta nei miti, nei riti, nella narrazione. Gli altri popoli sono stati per lo più comprimari (gli schiavi africani) o antagonisti (messicani e indiani). Questo passato è ora insopportabile per il politicamente corretto, che prevede un “peccato originale” per i bianchi e per tutto ciò che rappresentano e hanno realizzato. Quindi si finisce in un girone infernale di isterismo (notate che è la terza volta che usiamo questa parola) in cui da un lato si nega che il colore della pelle – le differenze razziali – abbia davvero un senso, e dall’altra si agisce come se il colore – almeno uno, il bianco – sia fondamentale per creare uno stigma. Il bianco ha torto a prescindere. Così ci si inginocchia per un pregiudicato ucciso involontariamente durante un violento arresto, ma per i morti bianchi causati volontariamente dalla violenza nelle manifestazioni del Black Lives Matter nessuno spende nemmeno un amen. Quanti da noi hanno sentito parlare di Jessica Doty Whitaker, per esempio? Assassinata a sangue freddo per aver gridato “tutte le vite contano” a chi le chiedeva di unirsi al coro “le vite dei neri contano”. Era una ventitreenne, madre di un bimbo di tre anni. Le hanno sparato in faccia senza pietà. Nessuno s’è inginocchiato per lei, nessuno ha proposto un minuto di silenzio, nessuno ha indagato l’orda di fanatici che è andata sui social suo e del marito a vilipendere la sua uccisione.

  • Non sembra essere una contraddizione la visione di chi si definisce democratico e antirazzista ma vorrebbe soffocare la libertà di pensiero e l’espressione della storia?

“Sembra”? Il motto del politicamente corretto è “quando parli con noi devi stare zitto”! In perfetta consonanza col bispensiero orwelliano, costoro ritengono che la censura sia libertà d’espressione e la repressione di chi esprime pensiero critico sia pluralismo politico. Tutto ciò è ovviamente pura e semplice dissonanza cognitiva: basta un nulla per far notare che le tesi del politicamente corretto siano un “re nudo”. E allora si deve procedere con leggi sui reati d’opinione, sempre più ad ampio raggio e sempre più feroci per impedire a qualcuno di dire che “il re è nudo”. Lo affermi? Sei “nudofobo”.

  • I mass media che cuciono notizie su misura facilitano il sentimento di repulsione nei confronti delle opere?

Senza dubbio, specialmente in America o in Spagna. Da noi in Italia è un po’ difficile avere un’idea della violenza che si scatena sulla stampa di questi paesi contro le vestigia “politicamente scorrette” del passato. Questo perché nel nostro paese c’è – fortunatamente – un forte conformismo verso la tutela a oltranza di ogni residuo storico, perfino del più insignificante. E’ una cosa che ben conosciamo quando ci paralizza i cantieri per salvare due cocci romani o le fondamenta di una catapecchia medievale, ma in questo caso si rivela utile perché crea un argine alla pazzia collettiva, al quale – per conformismo, appunto – devono aderire anche coloro che segretamente vorrebbero piazzare la dinamite sotto metà dei monumenti, delle targhe e delle chiese in Italia. Tuttavia non possiamo dormire sonni tranquilli: su troppi argomenti dell’agenda mondialista fino a qualche anno fa ci cullavamo nell’illusione che “in Italia non accadrà mai”, salvo poi ritrovarceli in Gazzetta Ufficiale.

  • La brama di dissacrazione colpisce anche le chiese neoromaniche e neogotiche sostituendole con strutture architettoniche di altro tipo. Con la volontà di cancellare i simboli cristiani e le testimonianze del passato, avanzeremo verso uno stato di smarrimento identitario per la nostra comunità cristiana?

E’ la comunità cristiana stessa che non difende i simboli del proprio passato. In Francia la distruzione delle chiese di fine Ottocento-primi del Novecento avviene con la attiva complicità delle diocesi, che così vedono ridotte le spese di mantenimento di edifici costosi e sovradimensionati rispetto alle comunità dei fedeli sempre più ridotte numericamente. Peraltro – fatto non secondario – queste chiese sorgono in aree considerabili di pregio dal punto di vista della speculazione edilizia: evidentemente qualcuno pensa che tenerle occupate con gigantesche e inutili chiese sia un… “peccato”. Infine, non dimentichiamo che questi edifici religiosi rappresentano strutture concepite simbolicamente in epoca pre-conciliare e con il dichiarato scopo di ri-evangelizzare la Francia dopo oltre un secolo di laicismo, quanto di più lontano dall’estetica e dalla liturgia emerse dal Concilio Vaticano II e portate agli estremi dall’attuale pontificato.

  • Anche in Italia è presente un’anima iconoclasta che vorrebbe modificare la storia a beneficio della diversità e del globalismo?

Certamente. Non facciamo nomi per non dar loro pubblicità, ma possiamo trovarli facilmente nell’estrema sinistra – quella vicina ai collettivi, ai centri sociali e ai radical chic. Fra i suoi esponenti di punta troviamo tutti coloro i quali già si sono distinti per una continua, martellante e stucchevole retorica anti-nazionale e alcuni di loro sono cosiddetti “nuovi italiani”, immigrati o figli di immigrati, che iniziano col contestare il (breve) passato coloniale dell’Italia. Nella loro ottica è il passato del nostro paese che deve adattarsi al loro affacciarsi sul panorama nazionale, non loro che volendo diventare italiani devono accettare la storia del paese di cui cercano il passaporto, con tutte le sue luci e le sue ombre. Chiaramente tutti coloro che professano la fede dell’immigrazionismo si pongono da quel lato della trincea. Ma – come si suol dire – è tanto ladro chi svuota la cassa di chi regge il sacco. E a regger il sacco oggi ci sono tanti, troppi “moderati” che per quieto vivere, conformismo, paura della taccia di “fascisti” o “razzisti” sono disposti a fare concessioni agli iconoclasti e agli anti-nazionali: non possiamo dimenticare che le “restituzioni” della Stele di Axum all’Etiopia e della Venere di Cirene alla Libia sono state portate avanti dai governi Berlusconi.

  • Esistono dei punti cardinali del pensiero che ci aiutino a evitare lo stato di annichilimento e a riprendere consapevolezza della nostra cultura?

Sì, bisogna assolutamente scrollarsi di dosso le categorie di pensiero imposte dal politicamente corretto. Lo sforzo è di riprendere a ragionare come si faceva in epoche più sane di mente della nostra. E non ci vuol molto, perché basta ispirarsi a qualunque epoca del passato, vista la miseria intellettuale dei giorni che stiamo vivendo. Fate la prova: se non vi fa ridere – o peggio, vi offende – uno sketch dei Monty Python allora avete interiorizzato le categorie del politicamente corretto e dovete immediatamente ricorrere a una seria auto-rieducazione. Più prosaicamente, un esempio pragmatico è la strafottenza di chi fa meme su internet: alla valanga d’accuse vomitate dai politicamente corretti si risponde col mantra “sì, ma abbiamo anche dei difetti”, mandando in tilt l’impianto logico dell’inquisizione radical chic.
Il passo successivo è non cedere alla cancel culture portando avanti strategie del tipo “e allora perché teniamo ancora le onorificenze a Tito?”. Sono strategie fallimentari, perché chi pratica il politicamente corretto non farà nessuna fatica a buttare a mare tutti i suoi miti del passato pur di poter distruggere quelli degli altri: le “onorificenze a Tito” (o le “via Lenin” e “piazza Unione Sovietica”) sono un piccolo prezzo a fronte della possibilità di buttar giù il Monumento alla Vittoria di Bolzano oppure le fontane coi Quattro Mori. Non ci si deve abbassare al loro livello. Il passato va salvato tutto, anche quello che non ci piace, perché abbiamo il dovere di lasciarlo in eredità ai posteri.
Infine c’è il passo definitivo: sviluppare una filosofia della storia che può apparire cinica, ma è puro realismo. E’ quella espressa nel finale del capolavoro di Hayao Miyazaki, “Si alza il vento”: “tu fra un mondo con le piramidi e uno senza piramidi quale sceglieresti?”. La civiltà umana ha pagato prezzi spaventosi per le proprie realizzazioni, diretti e indiretti: senza il fuoco non avremmo la cucina ma anche i roghi; senza gli aerei non avremmo la gioia del volo ma anche i bombardamenti. Se oggi godiamo dei frutti della civiltà – e ne godiamo – non abbiamo il diritto di condannare alla damnatio memoriae il prezzo pagato per essi, perché saremmo ipocriti. E se vogliamo continuare a goderne dobbiamo con molta maturità accettare il peso morale dell’eredità del passato, consapevoli che a nostra volta consegneremo ai posteri altri fardelli morali. Non siamo “innocenti” e dunque non possiamo atteggiarci a giudici, manco fossimo noialtri l’Agnello dell’Apocalisse.

  • Roger Scruton, citato nel saggio, coniò il termine “oicofobia” per indicare l’odio verso la propria casa, verso la propria cultura. L’oicofobia è oggi usata come strumento per favorire l’inclusione del diverso?

Non c’è dubbio: l’ideologia della “diversità” non può nutrirsi d’altro che di odio verso sé e la propria storia (che rappresenta l’io collettivo). Per costringere gli esseri umani a rinunciare alla propria identità occorre fargliela detestare. Si sta così creando una falsa coscienza per la quale l’individuo è assoluto, non ha passato, non ha legami, non ha famiglia, patria, responsabilità verso il passato e il futuro. Una volta eliminato tutto questo, resta solo un contenitore vuoto da riempire con le merci del consumismo. Per citare ancora Orwell, “noi ti svuoteremo, Winston, e alla fine ti riempiremo solo d’amore per il Grande Fratello”. Bene, ora il movente è chiaro. La pistola fumante c’è, anzi, ce n’è un arsenale. Trovare mandanti ed esecutori è abbastanza facile.