Cambiamento o status quo? La partita delle prossime elezioni 

di Redazione
22 Agosto 2022

Di Alessandro Cantoni

Molti italiani non hanno ancora deciso a che santo votarsi in occasione delle prossime elezioni politiche. Altrettanto elevato sarà il numero degli astensionisti. Al di là della scelta che ciascuno di noi compirà il 25 settembre, invito gli elettori a non partire dal presupposto che gli inquilini di Montecitorio e di Palazzo Madama siano tutti uguali.  

È vero, nel corso di questi ultimi decenni, agli occhi di qualunque cittadino, molte differenze sembrano essersi assottigliate – direi praticamente scomparse -, persino tra schieramenti avversi. Ma analizzando i fatti con maggiore oculatezza, si può constatare che le forze in campo mantengono, al contrario, una loro identità precisa.  

Sono lontani i tempi in cui, per la massa, fare politica costituiva un impegno appassionante. A dominare la scena parlamentare erano dei colossi, dei giganti, tanto per statura morale quanto intellettuale. 

Tuttavia, le sfide che ci pone il presente non sono meno degne di considerazione. Divampano grandi questioni circa i rapporti internazionali, le istituzioni europee, i possibili rimedi alla crisi socio-economica, la globalizzazione in tutte le sue forme. 

I partiti politici, e dunque gli Stati nazionali, possono risultare determinanti nelle scelte degli anni a venire. Non devono, quanto meno, rinunciare a tale ruolo. 

È la ragione per cui, ad esempio, un partito come Fratelli d’Italia ha deciso di adottare un profilo più moderno, inequivocabilmente europeo e atlantista.   

Giustamente, occorre avviare trattative nell’ambito politico e istituzionale vigente, senza sognare ritorni al passato: uscita dall’Unione o dalla moneta unica. Simili provvedimenti ci metterebbero in seria difficoltà per quanto riguarda i rapporti politici ed economici, generando una crisi ancor più grave, la reazione dei mercati, ecc. 

Da tale presa di coscienza nasce la visione di Giorgia Meloni, la quale intende creare relazioni importanti con Bruxelles e ribadire la solidità dell’Alleanza atlantica. Ciò è molto saggio, se si considera che per riformare il sistema europeo, è necessario, prima di tutto, guadagnarsi il rispetto e la fiducia di Bruxelles. Questo sarà il trampolino di lancio per far valere gli interessi nazionali qualora, a livello comunitario, vengano approvate deliberazioni lesive degli stessi. 

In questo sta la novità rispetto ai gruppi politici più centristi, i quali sono invece legati ad un europeismo di maniera e sono molto inclini ad accettare supinamente le decisioni della Commissione europea senza se e senza ma. I partiti centristi, di fatto, hanno già rinunciato ad accordare importanza al ruolo degli Stati nelle trattative internazionali, da cui dipendono le riforme future. Lo dimostrano decenni di politiche che hanno provocato seri danni all’industria italiana, al reparto agro-alimentare, ecc. 

Andare al voto, quindi, non significherà scegliere tra conservatori o progressisti, bensì tra cambiamento o status quo. 

Chiunque abbia a cuore la cosa pubblica – e tutti dovremmo interessarcene -, non può gradire la paralisi e la stagnazione del sistema corrente: quello di un’Europa in cui contiamo poco (anche, soprattutto per causa dei nostri governi instabili e spendaccioni), e dove settori quali giustizia, burocrazia e fisco attendono riforme strutturali, decisive per la crescita. L’assistenzialismo serve a creare delle toppe, mentre interventi radicali, come l’abbassamento delle tasse, incidono sui consumi e sul potere d’acquisto dei singoli. Persino la flat tax, la quale viene considerata, dalla sinistra, diseguale, darebbe maggiore respiro ai piccoli e medi risparmiatori. 

Le riforme sociali devono garantire un supporto di base agli strati più indigenti della popolazione e, soprattutto, stimolare la crescita di consumi e potere d’acquisto, come già detto. 

Infine, vorrei concludere con un invito ed anche, se mi è consentito, una critica a certi potenziali astensionisti.  

È comprensibile il disagio da essi provato. Malgrado ciò, non recarsi al seggio non servirà ad uscire anche solo minimamente dall’inerzia presente.  

Molti di costoro voterebbero per il centro-destra, ma non lo faranno. Si ricordino, tuttavia, che in tal modo favoriranno indubbiamente la coalizione centrista e progressista, la quale non intende alterare lo status quo. A votare saranno dunque i più benestanti, coloro i quali non sentono fortemente il peso della crisi, ai quali interessa poco la questione sociale (oppure solo astrattamente) e a cui ogni cambiamento sembrerà un rischio inutile da scongiurare.