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Il bluff delle liste elettorali che invocano l’Europa: l’unica vera sfida è tra democrazia o oligarchia

Marco Bachetti di Marco Bachetti, in Politica, del

Nell’epoca dei partiti trasformati in movimenti elettorali, dei simboli ridotti a brand, della politica influenzata dalle strategie di marketing, è dato grande risalto agli slogan e una gigantesca visibilità ai front(wo)men i cui nominativi hanno ormai sostituito in pianta stabile i vecchi simboli nei contrassegni elettorali. Poco, pochissimo risalto è stato invece attribuito ai nomi delle liste forse perché il potere evocativo delle immagini ha ormai soppiantato lo studio delle parole. La crisi della carta stampata sembra essere un processo inarrestabile. Ma le parole sono importanti e analizzando i nomi delle liste balza agli occhi e all’attenzione un elemento che potrebbe apparire banale ma, dati alla mano, non lo è affatto. Ben due liste tra quelle che saranno presenti sulle schede elettorali riportano la parola “Europa”. Entrambe fanno parte della medesima coalizione, in uno dei casi la parola “Europa” è addirittura al centro del simbolo e preceduta dal segno +. Vi chiederete, cosa c’è di tanto originale in questo? Molto semplicemente, nessuna, veramente nessuna lista alle ultime elezioni in Francia, Germania e Spagna né tantomeno alle scorse elezioni politiche italiane del 2013 presentava la parola “Europa” né relative aggettivazioni. Neanche le ultra europeiste La République en marche francese o Ciudadanos spagnola. Sorpresi vero?

In una campagna elettorale, a dire il vero, piuttosto moscia (se non fosse per il solito mattatore Berlusconi che tiene tutti sospesi in attesa di annunciare il suo candidato premier), emerge abbastanza chiaramente il tentativo di taluni di trasformare queste elezioni in un grande referendum sull’Europa. D’altronde gli italiani sono un popolo che ritrova maggior fervore nella contrapposizione di due fazioni (comunisti e anticomunisti, berlusconiani e antiberlusconiani, renziani e antirenziani) e in questa campagna elettorale con un quadro politico così composito e variegato è necessario trovarne un’altra: europeisti contro euroscettici. Eccovi accontentati. In realtà tutto questo è un grande bluff, perché la semplificazione fa comodo a tutti ma non aiuta nessuno e la questione Europa vede scontrarsi due categorie che non sono banalmente quelle dei pro e contro ma piuttosto quelle dei realisti e degli utopisti. Da un lato chi è cosciente che le attuali storture hanno provocato il caso Embraco, ovvero una grande area con libera circolazione dei capitali ma regimi fiscali e normative sul lavoro differenti; dall’altro c’è chi sogna gli Stati Uniti d’Europa in linea con l’antica profezia prodiana del “lavoreremo un giorno in meno, guadagnando come se lavorassimo un giorno in più”. Forse questa contrapposizione è più difficile da spiegare agli elettori, molto più semplice dividersi in fazioni “viva l’Europa” e “abbasso l’Europa”.

L’impressione è che vi sia però una dicotomia di fondo, meno visibile ma più impattante, una sfida che già Craxi nel suo esilio tunisino sul finire degli anni ’90 aveva compreso. Scriveva: “Difendo la politica, la sua autonomia, il suo valore, il suo potere. Senza una politica che sia veramente tale, una società perde la sua valvola di ossigeno“. La vera posta in gioco di queste elezioni è tra chi difende l’autonomia della politica, quale unica garanzia di tenuta democratica nella nostra Nazione, e chi invece ha ridotto la politica a un “paravento di facciata” rendendola subalterna alle oligarchie tecnocratiche di natura finanziaria o giudiziaria. Quelli che erano orgogliosi a Sigonella, lo erano anche dopo gli accordi internazionali con Putin e Gheddafi; gli altri invece ricercano la protezione del filantropo Soros o del circuito mediatico-giudiziario che domina impunito dal dopo Tangentopoli. Politica o tecnocrazia, democrazia o oligarchia, questa è l’unica vera scelta che gli italiani sono chiamati a compiere il prossimo 4 marzo. Il resto sono semplici conseguenze, nella migliore delle ipotesi, o gigantesche fandonie, nella peggiore.

Marco Bachetti

Marco Bachetti

Nato a Roma il 5 giugno 1991, sempre rimasto nella Capitale. Diplomato nel 2010 in un liceo classico del quartiere Prati, laureato in Scienze dei servizi giuridici presso l'Università Roma Tre ed in Relazioni internazionali alla LUMSA. Ha conseguito il Master in Istituzioni parlamentari "Mario Galizia" per consulenti d'Assemblea presso l'Università La Sapienza. Da quando ha 15 anni è militante e poi responsabile nei movimenti giovanili di An, Pdl e FdI. Dal 2013 al 2016 è stato dirigente provinciale a Roma di Gioventù Nazionale. Dal 2016 è socio del neonato Centro Studi Minas Tirith. Coautore di "Santi eroi imprenditori. Storie di mestieri e comunità" (Historica, 2017). Appassionato di storia (in particolare storia della Chiesa), filosofia politica e diritto costituzionale, scrive riflessioni di vario genere su argomenti di attualità. Aspirante polemista, cattolico non adulto e conservatore, crede che il sano e vecchio buon senso casalingo sia la migliore medicina per il prurito del nuovo. Specialmente se accostato ad un buon bicchiere di vino.

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