Basta con le scuse e i mea culpa, il compito del papa è fare chiarezza

di Luca Fumagalli
10 Ottobre 2016

Ricalcando la celebre scena de Il Marchese del Grillo, oggi le campane di Roma dovrebbero suonare all’unisono il requiem per la verità, l’unica vera vittima del mondo moderno. Sempre più spesso, forse solo per risparmiarle l’umiliazione di essere ridotta a brani dal demagogo di turno, non è neanche più evocata nel dibattito pubblico che quotidianamente infiamma tifoserie avverse. Aleggia come sospesa, vagante nell’aria, in attesa di potersi finalmente avverare.

Secondo il buon senso ci si aspetterebbe che almeno papa Bergoglio, nel mare magnum delle circostanze, avesse la forza e il coraggio – il dovere è un lusso che non ci si può più permettere – di proclamare dai tetti del mondo la propria indignazione per tale sfacelo morale, dando voce alla bimillenaria tradizione cattolica. Ma, purtroppo, non è così.

I primi anni del suo pontificato hanno dimostrato come anche nella Chiesa in questi ultimi anni si sia fatto largo il nuovo dogma laico del politicamente corretto, quello del va bene sempre e comunque, quello dell’amore innanzitutto. La Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo ha sostituito il Vangelo, così come Marx e la sua filosofia della prassi – o mentalità mondana, come la si sarebbe chiamata una volta – hanno scalzato San Tommaso e la scolastica.

Sono i tempi che cambiano, dirà qualcuno, ma la Chiesa, giovane e bella dopo duemila anni di vita, negli ultimi tempi è invecchiata precocemente e non pare troppo distante il momento della putrefazione.

L’esempio più illuminante di questa tragica tendenza, che ha scatenato un’infinita scia di polemiche, è l’atteggiamento manifestato da Francesco nei confronti dell’omosessualità. Molti alfieri della tradizione, quelli che al posto della croce dovrebbero adottare come vessillo le proverbiali fette di salame, si erano prodigati per giustificare la presunta ortodossia del famoso «Chi sono io per giudicare», salvo venire poi sbugiardati dallo stesso pontefice che non ha perso occasione per ribadire la sua posizione aperturista quest’estate, durante il viaggio di ritorno dall’Armenia.

La ridicola moda dei mea culpa, inaugurata da Wojtila, ha riguardato dunque anche l’universo LGBT – tra l’altro non si capisce bene di che cosa ci si debba scusare – con immediata ricaduta sulla galassia delle parrocchie italiane (recente è il caso del sacerdote della diocesi di Cagliari rimbrottato dal vescovo per aver citato i giudizi di San Paolo sull’impurità contro natura).

È vero, a Tbilisi Bergoglio si è espresso chiaramente contro l’ideologia gender, ma quanto tempo dovrà passare perché un nuovo Francesco – secondo, terzo o quarto poco importa – chiederà scusa per l’atteggiamento ottuso dimostrato da coloro che non colsero la profonda umanità celata dietro le teorie di genere? Sembra fantascienza, ma basterebbe ricordare quanto si è detto negli ultimi mesi in termini di elogio su Lutero per capire che stiamo vivendo in un mondo carnascialesco, di avorio, scimmie e pavoni, in cui, però, la verità, quella che dovrebbe rendere veramente liberi, non interessa più a nessuno, neanche a quelli che abitano tra le mura del Vaticano.