Ambiente: ultima chiamata per il centrodestra

di Ferrante De Benedictis
4 Novembre 2021

Sul tema ambientale e sulla sfida ai temibili cambiamenti climatici il G20 e il COP26, tuttora in corso, non hanno certamente brillato, e come se non bastasse giunge come un uragano dalla Cina la notizia che il grande assente al G20, stia costantemente aumentando la produzione di carbone, passando nelle sole ultime settimane da 14,4 a 15,5 milioni di tonnellate giornaliere di carbone prodotto.

Era notizia di un anno fa, quella che il Dragone avesse deciso di costruire nuove centrali a carbone, in assoluta controtendenza con gli impegni assunti dall’Europa e dai Paesi occidentali; chiarissimi segnali di una guerra frontale e tuttora in atto tra i due blocchi, quello occidentale e quello delle superpotenze in rapida ascesa.

A questo punto non si può non riconoscere che qualcosa non ha funzionato ed il motivo è semplice, Cina ed India su tutte, non avevano alcuna intenzione di distrarsi dai loro propositi di crescita e di conferma della loro indiscussa leadership nella produzione di beni.

In altre parole, la fabbrica del mondo non avrebbe mai rinunciato a produrre, al minor costo possibile e con il minor sforzo in termini di investimenti energetici, i propri prodotti, prodotti che il mondo continuerà a consumare a ritmo sempre più frenetico.

La strada a questo punto diventa una e soltanto una, abbandonare il modello di mercato attuale e sperimentare nuove strategie commerciali e produttive, avendo ben chiaro che dietro il modello turbocapitalista imperante vi è un nemico giurato dell’ambiente. Purtroppo, bisogna ammettere che anche sul piano ambientale a vincere sia stato il modello globalista di Greta Thunberg, ossia di un ambientalismo infarcito di demagogia e contraddizioni, aspetti che sono stati evidenziati in diversi passaggi del libro “L’uomo custode della Natura” Historica – GiubileiRegnani (2020). Un esempio su tutti l’omologazione delle diete, che ha portato e porterà ad un aumento esponenziale degli allevamenti intensivi, prima causa, oggi, dopo il settore industriale dell’inquinamento globale e della produzione di CO2.

Ed è per questo che occorre ribadire che la globalizzazione ed il suo ambientalismo politically correct hanno commesso un errore macroscopico, pensare di salvare l’ambiente a prescindere dalla salvaguardia del suo territorio e della sua comunità umana, storica e culturale.

Al contrario occorrerà, partendo dal territorio e dalle sue peculiarità, puntare sulle filiere produttive corte, sostenendo e valorizzando le produzioni locali nel campo agroalimentare, questo con il duplice scopo di ridurre l’inquinamento e di valorizzare i territori a cominciare da quelli rurali e montani.

Il tema degli allevamenti intensivi e della conseguente agricoltura sempre più intensiva è un tema dirimente, è infatti innegabile che le tecniche di coltivazione moderna abbiano rappresentato un importantissimo volano di crescita del settore agricolo, un settore però che non deve rinnegare le sue origini e la sua importante aderenza con il territorio.

Il rischio qual è? Quello che l’agricoltura si trasformi sempre di più in un’industria di produzione e di trasformazione di beni alimentari, con il rischio di depauperare territori, di incrementare l’uso di prodotti azotati, anticrittogamici, e richiedere un abnorme consumo di acqua e di energia. Negli ultimi anni soprattutto per soddisfare le crescenti richieste provenienti dagli allevamenti intensivi l’agricoltura a fronte di un incremento del 30% delle terre coltivate ha sestuplicato la produzione, questo grazie alla sempre maggiore presenza della chimica e ad un crescente uso delle risorse energetiche ed idriche.

Ripensare il nostro modello di sviluppo partendo dal recupero della tradizione a tavola, dall’attenzione alla stagionalità dei prodotti, dal ritorno al locale è fondamentale per offrire una speranza alle future generazioni, la speranza di poter godere della straordinaria bellezza della natura.

Questo certamente da solo non basterà, occorrerà infatti inviare dei segnali forti e concreti a quei Paesi riluttanti, ed ai quali occorre far comprendere quanto la deriva mercatistica non sia più sostenibile; ed è per questo che l’Europa, il solo vero mercato libero al mondo, dovrebbe seriamente pensare di imporre “dazi” su quei prodotti realizzati senza il rispetto delle regole minime di sicurezza, lavoro minorile e dei principi ambientali, questo sarebbe il solo ed unico modo per invertire la tendenza dei Paesi a maggior impatto ambientale nel preferire tecnologie economicamente vantaggiose ma ambientalmente gravose rispetto a scelte ambientalmente ed eticamente in linea con i principi di sostenibilità.

Al contempo l’Europa dovrà seriamente ripensare alle sue filiere produttive incentivandone il ritorno e potenziandone le capacità, in un’ottica di sempre maggiore sostenibilità ed indipendenza dalla Cina; in questo senso più che di transizione ecologica si parlerà di transizione di modello politico ed economico, a nostro avviso vincente su tutti i piani sia su quello sociale sia su quello ambientale.

Questa è davvero l’ultima chiamata per il centrodestra e per il mondo conservatore affinché si facciano portavoce di un nuovo modello economico, più vicino all’ambiente e capace di dare nuovo impulso alla nostra economia.

Perché la vera sostenibilità si realizza coniugando sapientemente crescita e ambiente, sviluppo e natura.