Addio a Gian Galeazzo Biazzi Vergani, l’ultimo gran galantuomo del giornalismo italiano

di Federico Bini
9 Aprile 2019

Aveva 93 anni lo storico fondatore e presidente del Giornale.

E se Montanelli alla morte di Piovene scrisse che “volle morire in servizio”, lo stesso vale per Gian Galeazzo Biazzi Vergani, o “il Biazzi” come semplicemente lo chiamavano, con grande rispetto e ammirazione, i giornalisti del quotidiano.

E’ stato l’ultimo egregio e autentico interprete nonché protagonista di quella borghesia montanelliana, liberale e conservatrice, elegante e raffinata, composta e fiera, che con coraggio, audacia, forza e con una certa e buona dose di spregiudicatezza più di 40 fa decise di uscire dal Corriere della Sera, la grande e sicura nave del Corriere, per fondare il Giornale e dare ad una parte dell’Italia un giornale controcorrente, anticonformista e di rottura.

Biazzi Vergani non fu certamente una delle grandi firme del quotidiano alla pari di Piovene o di Bettiza, o dell’inarrivabile e irraggiungibile maestro Indro Montanelli, ma se oggi il Giornale è in edicola questo lo si deve soprattutto a lui, all’instancabile mediatore, all’eccelso e fidato collaboratore per il direttore, al meticoloso organizzatore, insomma all’eminenza grigia, come scherzosamente sussurrano ancora oggi quei vecchi compagni di mille battaglie iniziate il 25 giugno 1974.

Ho avuto la fortuna di incontrare due volte Biazzi Vergani e ricordo ancora oggi come fosse ieri quando arrivato in anticipo, lo aspettai fuori dal portone del palazzo del Giornale. Sceso dalla macchina senza aiuto, il fedele autista gli aprì solo lo sportello, si avviò passo passo, lentamente, e guardando dove metteva i piedi, appoggiato al bastone, per il breve tratto che lo conduceva all’ingresso. Avvolto in un caldo ed elegantissimo cappotto nero, con immancabile sciarpa bianca, alla sua vista esclamai: “Salve presidente!”. Alzò la testa, mi fissò brevemente e con severità, quasi come un ufficiale del regio esercito mi disse: “Cosa ci fa lei fuori?”. Risposi: “Dentro era caldo e così mi sono messo qui fuori perchè…”. Senza darmi il tempo di finire la frase aggiunse: “Si ricordi ragazzo che i questuanti stanno fuori, le persone perbene stanno dentro”. Rimasi completamente immobile e muto per qualche minuto.

Ripensandoci mi viene da sorridere, ma è una frase che incarna alla perfezione lo stile, la classe, il garbo e l’eleganza morale e comportamentale di una generazione di uomini che ha scritto la storia del ‘900 ma soprattutto ha saputo creare un’ identità forte a cui i giovani di oggi dovrebbero ispirarsi.

“Doveva morire prima lui”, avrà forse pensato richiamando Malaparte il suo “arcinemico” Enzo Bettiza, scomparso il 28 luglio 2017, con cui certo non se le mandarono a dire al momento della rottura sulla vicenda socialista. E proprio poco prima di morire, il grande scrittore di comunismo, in una intervista al Corriere della Sera di Biazzi Vergani disse: “Quattro nomi, tutti inutili”. A sua volta “il Biazzi” un po’ cinicamente, avrà risposto con fioretto e sciabola in pieno stile montanelliano: “Dobbiamo ammettere che Bettiza, morendo ha avuto ragione”. Il tutto per la gioia dei lettori, gli appassionati e i montanelliani vecchi e nuovi.

L’ultimo dei fondatori, lo trovai estremamente lucido, vivace, grintoso e amante del suo Giornale: “Beh, è stata la mia vita!’’. Novant’anni e non sentirli: dal lunedì al venerdì, mattina e pomeriggio era lì, al sesto piano, di quelli alti, riservato solo ai padri nobili e cumenda. Da La Stanza di Via Negri 4, luminosa e confortevole, nel cuore di Milano, city d’Italia, leggeva il suo Giornale, “poi subito dopo La Gazzetta dello Sport”, rispondeva alle lettere, animava e si godeva la sua creatura. Fu una chiacchierata un po’ su tutto! Le origini, “vengo da una famiglia di antica tradizione cremonese. Io sono di Cremona!”, quindi aggiunsi: “Vicino di Mario Cervi, lui era di Crema”, sorrisetto perfido e gesticolare un po’ a presa in giro: “Sì, lui era di Crema, la campagna insomma…”. Gli studi classici, le letture del Corriere della Sera e del Popolo d’Italia, la laurea in Lettere a Pavia, “una passione che professionalmente è penalizzante. Il miracolo è che sono riuscito a fare il giornalista”. La vocazione per il giornalismo, “in V ginnasio il professore ci chiese che cosa volevamo fare. Io dissi il giornalista e lui mi rispose che era una brutta professione”. Una vita nel giornalismo, eppure nessun maestro: “Mi ha formato il Liceo. Ho avuto professori maestri di stile, non solo di cultura”. Quindi il Coriere, che pronuncia sempre con una ‘r’, il Giornale nuovo, Piovene, i morti e il mancato incontro con Leo Longanesi da Bagnacavallo.“È bellissima la sua professione sa?’’, “carmina non dant panem!’’. Il grazie ai lettori, “lanostra forza’’, le mani incrociate e le pause prolungate per riannodare il nastro. E poi ancora Cervi, Zappulli, Fam. Granzotto, Corradi, Arpino, Piazzesi, ma si ritorna sempre a lui: Indro Montanelli, in breve IM. E Indro correggeva Piovene. E poi quel saluto, subito, in apertura: “L’importante è andare avanti’’. E quindi la vita, che fu e che sarà. “Io mi dimisi per primo dal Corriere’’, e qui si fece orgoglioso, fiero e tuonante.

Il giornale non è una passione, è quasi una malattia. Così scrisse Gian Galeazzo Biazzi Vergani portando via con sé le due cose che più ha amato nella vita: la sua famiglia e il suo Giornale.