A trent’anni dal crollo del muro l’Italia è meno ricca, meno libera e meno viva

di Marco Bachetti
9 Novembre 2019

Ricordo bene il 9 novembre 2009 e la celebrazione del ventennale della caduta del muro di Berlino. Era l’anno della mia maturità, ero segretario giovanile alla Balduina di Giovane Italia, l’allora nuovo movimento dei giovani del Pdl, e organizzai assieme ad altri ragazzi della mia scuola una “gita” sotto al Campidoglio per ricordare il ventesimo anniversario della fine della guerra fredda, assieme a molti altri istituti di Roma e provincia. Penso di poter affermare che quell’entusiasmo non era legato alla giovane età ma che tutti, giovani e meno giovani, guardavamo a quella pagina di storia come alla più alta manifestazione di libertà dei popoli del secondo Novecento in Europa. E forse lo fu veramente se ci limitiamo a un giudizio ipso facto. Se invece però proviamo a guardare oltre, alle conseguenze dirette e indirette di quell’evento non possiamo non affermare che l’entusiasmo fosse quantomeno mal riposto.

Oggi a dieci anni di distanza comprendo molto meglio le parole, come sempre acute, di Giulio Andreotti quando diceva di amare a tal punto la Germania da preferirne due. D’altro canto è ormai evidente che i frutti positivi del crollo del muro siano stati colti soltanto dai Paesi dell’Europa orientale (compresa la stessa Russia), risorti dopo mezzo secolo di oppressione totalitaria con una rinnovata anima identitaria. Per i popoli dell’Europa occidentale invece questo trentennio ha portato con sé il mercatismo, cioè la versione peggiore del capitalismo. Assistiamo alla degenerazione di un sistema economico e sociale nel quale l’ideologia del consumo nella società di mercato ha preso il posto del lavoro, determinando un inaccettabile processo irreversibile di concentrazione della ricchezza mondiale con relativo grave aumento delle diseguaglianze.

Come non ascrivere tutto questo alla dissoluzione dell’altro mondo possibile? A dispetto della sua brutalità disumana, il mondo socialista e sovietico ha rappresentato un formidabile deterrente al punto che, una volta venuto meno, il capitalismo liberista ha mostrato il suo volto peggiore, ideologico e privo di ogni scrupolo sui tragici costi sociali prodotti dalla sua applicazione “a reti unificate”. There is no alternative!
A trent’anni di distanza da quel 9 novembre 1989 è giusto che festeggino i popoli liberati dal giogo comunista e dall’oppressione di una potenza straniera (perché questo era la Russia per tutte quelle nazioni finite sotto la sua sfera di controllo). Noi italiani ed europei occidentali abbiamo invece molto poco da festeggiare perché oggi rispetto al 1989 siamo certamente più poveri, con un apparato industriale ridotto ai minimi termini, meno lavoro, meno diritti sociali e una classe politica che potrebbe forse lustrare le scarpe a quella degli anni ’80. In fin dei conti siamo paradossalmente meno liberi perché la grande scoperta dell’ultimo trentennio è che il capitalismo non va più a braccetto con la democrazia ma anzi può prosperare con molta più facilità dentro sistemi politici autoritari e tecnocratici.