Uno sguardo sull’Europa che verrà

di Nicolò Prezzia
2 Agosto 2020

“Ezechiele 25,17. Il cammino dell’uomo timorato è minacciato da ogni parte dalle iniquità degli esseri egoisti e dalla tirannia degli uomini malvagi. Benedetto sia colui che nel nome della carità e della buona volontà conduce i deboli attraverso la valle delle tenebre; perché egli è in verità il pastore di suo fratello e il ricercatore dei figli smarriti“.

Dopo la triste premessa che rende al meglio il parallelismo tra Pulp Fiction di Tarantino e il recente Consiglio Europeo, porgere calorosi ringraziamenti al nostro pastore e salvatore Giuseppe Conte, tornato vincitore dall’estenuante vertice con i “malvagi frugali” è non solo doveroso, ma un atto oramai dovuto. Entrando nel merito della questione degli “aiuti” europei,  sorgono spontanee una serie di perplessità relative alla natura e ai parametri di valutazione e di destinazione delle risorse erogate dall’Unione Europea.

Cercando di dare un po’ d’ordine, le domande che ci si pone, a giorni di distanza dalle trattative, sono le seguenti: quanto hanno influito sulla definizione dei programmi di aiuto le richieste ed i veti dei frugali? La natura degli aiuti erogati è idonea a fronteggiare esigenze di crisi nell’immediato? Le rigorose condizionalità a cui sono sottoposte le misure di aiuto sono idonee a risollevare le sorti dei PIL dei Paesi in difficoltà nel breve periodo?

Lo snodo principiale su cui si impernato il dibattito tra i Paesi, durante le trattive europee, ha avuto per oggetto la scelta delle tipologie di aiuti da predisporre per contrastare la crisi dovuta al covid.

Nello specifico, ci si è particolarmente scontrati sulla scelta di adottare sovvenzioni o prestiti. Sia la Commissione che l’asse franco-tedesca avevano originariamente pensato degli aiuti, per i Paesi in difficoltà, da erogare sotto forma di sovvenzioni per un ammontare complessivo di 500 miliardi. Contrariamente, i Paesi cosiddetti “frugali” (Olanda, Austria, Danimarca, Svezia e Finlandia) sono riusciti a far pendere l’ago della bilancia in favore della linea di stampo creditizio, ovvero, hanno insistito affinché venissero erogati prestiti  piuttosto che sostegni. Il risultato ottenuto, l’ormai tanto celebre Recovery Found, è una manovra di stampo ibrido, in quanto prevede 127,4 miliardi in prestiti e circa 84 miliardi di sovvenzione a fondo perduto.

Tale circostanza è alquanto singolare: se da un lato viene data facoltà ai Paesi membri di poter accedere a tali sovvenzioni senza alcun vincolo di restituzione, dall’altro, troviamo una manovra diametralmente opposta.

In questo tragico tira e molla tra chi è stato epidemiologicamente interessato dalla crisi Covid e chi no, i premurosi e fraterni Paesi “frugali”, preoccupati dalla mole delle voci di spesa sul futuro bilancio dell’UE, hanno pesantemente abusato della loro posizione dominante riuscendo a modificare radicalmente l’azione della governance europea e conseguendo una serie di risultati: la riduzione dell’ammontare dei prestiti inizialmente previsto, la riduzione del quantitativo di sovvenzioni e dulcis in fundo, un lauto rebates di un ammontare pari a 27 miliardi, ovvero un rimborso dovuto quale contropartita ai paesi frugali per aver acconsentito all’emissione delle sovvenzioni e dei prestiti e per aver permesso agli altri Stati di accedere agli aiuti che verranno snocciolati durante il ciclo 2021/2027.

Anche in questa circostanza, la decisione di rilasciare un prestito di 127,4 miliardi è frutto della austerità tanto cara alla governance europea che tende, sempre più spesso e con più forza, a controllare le manovre economiche adottate dai Paesi membri. L’erogazione dei fondi sarà, infatti, controllata e supervisionata dall’Unione Europea e i finanziamenti verranno dilazionati tra il 2021 e il 2026. Le condizionalità a cui sono sottoposti questi fondi prevedono che i piani di riforme e gli investimenti dei singoli Stati siano, in primis, conformi alle raccomandazioni della Commissione, successivamente, approvate dal Consiglio a maggioranza qualificata su proposta della stessa Commissione e infine, entro un mese dalla proposta contenente il piano di riforme del singolo Stato, autorizzate attraverso l’emanazione dell’Atto di Esecuzione del Consiglio, propedeutico per l’ottenimento del finanziamento.

Ma se tutto questo sembra già abbastanza complesso e invadente, bisogna specificare anche che i piani di riforme e di investimento dovranno soddisfare dei target intermedi e finali – obiettivi da raggiungere per ottenere il finanziamento – stabiliti dalla stessa Unione Europea e in tutto ciò la Commissione avrà la facoltà di constatare il soddisfacimento di questi riferendo con il Comitato economico e finanziario – organo consultivo istituito per promuovere il coordinamento delle politiche degli Stati membri necessarie al funzionamento del mercato interno. Inoltre, in caso di “gravi scostamenti dal soddisfacente conseguimento dei pertinenti target intermedi e finali” gli Stati membri godono della facoltà di chiedere il rinvio della questione al successivo Consiglio europeo, che dovrà esprimersi nuovamente ed in via esaustiva sui punti critici sollevati.

Quanto detto finora non può definirsi una analisi approfondita della vicenda, l’unico dato certo, cercando di immaginare il contesto economico che verrà, è che l’obiettivo dell’Unione rimane il solito e pedissequo equilibrio macroeconomico teso ad una lenta e progressiva crescita che non terrà mai conto delle reali e singole esigenze del paese membro individualmente inteso. La logica posta alla base di questi aiuti è quella di una troika più morbida, “velata” per intenderci: la Commissione darà delle raccomandazioni vincolanti sulla base delle quali i governi dei Paesi beneficiari del Recovery Found dovranno agire. Non si sarebbe dovuto ragionare sulla base di logiche precauzionali, ma piuttosto, agire sulla base di principi più propositivi. 

Gli stati membri si trovano costretti a rispondere alla crisi secondo tempi e modalità stabiliti dalle governance europea, che si concentrano sulla stabilità del debito e su manovre economiche orientate nel lungo periodo. Sarebbe stato molto più semplice e coraggioso attivare procedure di spesa ed investimento più aggressive e prive di condizionalità, che fossero in grado di sollecitare il sistema economico nel breve periodo e che lasciassero campo d’azione alle personali valutazioni dei governi degli Stati membri perché, come affermava qualcuno di nome Keynes… nel lungo periodo siamo tutti morti”.