Un Presidente debole: l’ottavo infernale mese di Joe Biden alla Casa Bianca

di Pasquale Ferraro
23 Agosto 2021

Quando Joe Biden è entrato alla Casa Bianca dando inizio al suo primo mandato, solo otto mesi fa, nella cancellerie europee e sulle pagine dei maggiori quotidiani di tutto il mondo occidentale campeggiava la frase “ America is back”, a voler significare la fine  dell’isolazionismo – che poi nei fatti non si è mai palesato – degli Stati Uniti sotto la Presidenza di Donald Trump. Lo squillo trionfate di trombe festose, l’assordante frastuono dei coriacei della carta stampata, e dei vari pappagalli della politica liberal nostrana si sono trasformati in un’amara litania.  

Perché se è vero che “il buongiorno si vede dal mattino” allora l’esordio di Biden sulla scena internazionale è stato il peggiore della storia americana. La decisione assunta dal Presidente degli Stati Uniti di optare per un ritiro rapido, e la sua assoluta certezza sbandierata nella conferenza stampa dell’ 8 agosto, nella quale si diceva certo della tenuta delle forze di sicurezza afghane e della improbabilità che si potesse verificare uno scenario apocalittico in pieno stile Saigon si sono dimostrate totalmente vane. Perché non solo le forze di sicurezza afghane si sono sciolte come neve al sole davanti all’avanzata dei Talebani, mentre i dignitari fuggivano con le valige pieni di soldi, ma  gli interi armamenti forniti in questi anni  dagli Stati Uniti e dai paesi Nato sono stati letteralmente lasciati nelle mani dei discepoli del Mullah Omar.  

Le poche colonne che hanno tentato una minima resistenza sono state massacrate, come si è appreso dalle poche immagini che ci giungono dalle province afghane ormai avvolte dall’oblio. Non pago della già avventata scommessa, Biden si lanciava con la stessa convinzione nell’affermare “ non vedrete mai gente prelevata dagli elicotteri dal tetto di un’ambasciata”, come a Saigon, ed anche in questo in meno di ventiquattro ore è stato smentito, mentre le immagini di Kabul giravano in rete comparate con quelle proprio di Saigon. 

Davanti alla disfatta, persino peggiore della “Baia dei Porci”, invece di assumersi la responsabilità del fallimento, Biden scivolava ogni responsabilità al Presidente Afghano Ghani e all’amministrazione Trump, rea di aver negoziato gli accordi coi talebani.  Ma questo non è bastato per frenare la pioggia di critiche provenienti non solo da parte dei repubblicani, ma dallo stesso mondo democratico, e da tutti quei quotidiani NYT in testa che osannavano la sua presidenza. 

Joe Biden è già divenuto per tutti il nuovo Jimmy Carter, e l’onta del disonore ha ormai indelebilmente compromesso la sua presidenza. La stessa Kamala Harris sempre onnipresente si è defilata, lasciando solo il presidente ad affrontare un disastro enorme di proporzioni geopolitiche ancora difficilmente quantificabili. 

In pochi giorni il gradimento di Biden è sceso sotto il 50%, e più passano le ore e più la caotica gestione dell’emergenza rivela tutte le debolezze di una mancata programmazione, più il popolo americano condanna l’operato del Presidente. 

Perché se è vero che l’opinione pubblica americana era ormai stanca di una guerra infinita, va anche considerato come la stessa storia americana insegna,  che mai l’integrità il prestigio degli Stati Uniti devono essere minati. Joe Biden paga il prezzo di una scelta scellerata, totalmente distaccata da tutte le previsioni che l’intelligence ha effettuato nel corso degli ultimi mesi, almeno da aprile quando fu annunciato il ritiro. 

Persino un Donald Trump in forma smagliante , durante un comizio in Alabama, l’ha bollata “ come la peggiore umiliazione in politica estera della storia degli Stati Uniti” e aggiungendo che “ il maldestro ritiro dall’Afghanistan di Joe Biden è la peggiore dimostrazione di incompetenza del capo di una nazione mai vista finora”.  Ma non è tanto l’opinione scontata di un Trump o di un Pompeo che ben conoscono l’opinione dell’intelligence e i vari report, ma quella del mondo democratico che si è scagliato contro la scelta e la decisione del Presidente. 

Dalle parti del campidoglio a Washington temono probabilmente  che la disfatta presidenziale si ritorca contro i democratici alle elezioni di medio termine, in cui molti seggi, soprattutto quelli strappati sul filo del rasoio, possano tornare ai repubblicani. 

In questo caos generale Joe Biden è sempre più solo, e l’ultima occasione per lo meno diplomatica per salvare la faccia è quella del G7 straordinario convocato da Boris Johnson.

 Il tema del rapporto con gli alleati e soprattutto della perdita di affidabilità è al cento del dibattito politico americano, dopo Trump, anche l’ex Vicepresidente Mike Pence ha accusato il Presidente Biden di aver indebolito l’America e di aver causato “ un umiliazione di politica estera diversa da qualsiasi altra cosa il nostro paese abbia mai sopportato sin dalla crisi degli ostaggi in Iran”.  Adesso Biden dovrà provare ad evitare un ulteriore smacco nella fase di evacuazione dell’aeroporto di Kabul, soprattutto perché gli accordi con i talebani prevedono la conclusione delle operazioni il 30 di agosto senza proroghe, mentre Johnson ha espressamente parlato di proroga necessaria vista l’impossibilità di completare le operazioni di rimpatrio. 

Allo stesso tempo gli Stati Uniti dovranno chiarire la loro posizione futura sull’Afghanistan, e soprattutto come si porranno nei riguardi della resistenza nel Panjshir, dove Ahmad Massoud e l’ex Vicepresidente afghano Amrullah Saleh si preparano a resistere ai talebani con i loro mujaheddin. In questo caotico susseguirsi di eventi una cosa sola è certa, nelle prossime ore Joe Biden e gli Stati Uniti d’America si giocheranno le ultime porzioni di credibilità sullo scacchiere internazionale.