Sull’affare Silvia Romano gli italiani si stanno ponendo le domande sbagliate

di Daniele Dell'Orco
10 Maggio 2020

La liberazione di un ostaggio italiano catturato in qualsivoglia parte del mondo per qualsivoglia motivo dovrebbe essere festeggiata con coro unanime. Il dibattito, laddove utile, dovrebbe semmai iniziare da quel momento in avanti. Da quel punto fermo in avanti. Il ritorno a casa di Silvia Romano dopo 17 lunghi mesi nelle mani di sequestratori keniani prima e terroristi somali di Al-Shabaab poi, invece, è sin da subito diventato spunto per le divisioni più becere.
Lasciando da parte (pur non ignorandoli) i vomitevoli commenti sulle scelte personali e sul vissuto di Silvia Romano, in molti hanno sollevato almeno un paio di questioni di carattere “etico”.

La prima riguarda lo sbarco all’aeroporto di Ciampino con indosso il jilbab, l’abito verde (il colore sacro dell’Islam) delle donne somale. Segno evidente della sua conversione all’islam (poi ammessa dalla stessa cooperante) ma pure di un accordo politico tra l’Italia e chissà chi. C’è chi dice con gli stessi salafiti, c’è chi dice con i turchi, i cui 007 sono stati fondamentali per lo svolgimento delle operazioni di intelligence.
La fotografia che ci è stata regalata dallo scalo romano non è, oggettivamente, quella di un Paese trionfante. Scendere a patti con i terroristi non può essere una vittoria. Dover contare sulle forze di spionaggio di altri paesi per risolvere questioni su territori, come il Corno d’Africa, in cui l’Italia dovrebbe avere tutt’ora un forte ascendente non può essere una vittoria. Così come sta accadendo da decenni nei Balcani, in Libia, in Libano, a Cipro etc. E un Presidente del Consiglio e un Ministro degli Esteri che provano a sbandierare meriti che non hanno mentre circondano una ragazza visibilmente cambiata nella forma e nella sostanza da un’esperienza certamente traumatica contribuiscono solo a rendere più grottesca la situazione.

La seconda obiezione, in qualche modo connessa alla prima, riguarda il riscatto (ovviamente non confermato ma altamente probabile) che l’Italia ha dovuto sborsare per riabbracciare la giovane milanese. Soldi (tra i 2 e i 4 milioni) che verranno utilizzati chissà come da degli spietati tagliagole. Ma soldi che lo Stato italiano ha versato per proteggere una delle sue figlie. Una, peraltro, delle più coraggiose. Per quanto si possa essere lontani anni luce dalla vocazione umana e politica che sente chi sceglie di recarsi in zone difficili per prestare sostegno umanitario, queste considerazioni non possono in alcun modo trasformarsi in giudizi morali sulla persona singola. Serve coraggio per partire. Serve spirito caritatevole e, certamente, serve anche dell’incoscienza. Posto che il Kenya è solo di recente diventato “rischioso” specie in determinate zone, e posto che la ONG marchigiana che ha organizzato gli interventi umanitari in loco debba finire sotto la lente d’ingrandimento delle autorità per la condotta evidentemente manchevole di necessarie tutele e salvaguardie, Silvia Romano non è condannabile per le sue scelte. E uno Stato serio e autorevole, che certamente deve esortare i suoi concittadini a prepararsi, informarsi e muoversi in determinare aree solo se indispensabile, non potrebbe e non dovrebbe impedire de jure a qualcuno di svolgere volontariato. Nemmeno in zone di guerra. Bloccare le partenze, dunque, non è una soluzione.

Capitolo riscatto: pagare? Non pagare? Innanzitutto vale la pena fugare almeno un dubbio ricorrente: tutti, tutti, ma proprio tutti gli Stati del mondo pagano riscatti. Siano essi in moneta, siano essi in materie preziose, siano essi in scambi di prigionieri. Tutti trattano con i terroristi e tutti cercano la via più breve per avere ragione dei rapimenti. Compresi Stati Uniti, Regno Unito, Israele e Giappone, solitamente tra i più restii a scendere a compromessi. L’idea che si possano impiegare le forze speciali in 10 minuti e spianare a suon di bombe intere aree di crisi per riportare a casa con tocchi di magia un ostaggio è degna dei giocatori di Call of Duty. Ma è necessario restare sulla realpolitik. In caso contrario, se fosse solo l’Italia a giocare il ruolo dell'”ottimo pagatore”, i riscatti in generale non rappresenterebbero una fonte di introito delle organizzazioni terroristiche.

Secondo punto: chi sostiene che quei 4 milioni serviranno ad Al-Shabaab per privare altri innocenti della vita certamente non si allontana molto dalla verità, ma omette un particolare. I riscatti non sono che una fonte, marginale, di finanziamento del terrore internazionale. I gruppi jihadisti non sono l’anonima sequestri, sono delle immense Spa. L’Isis, al culmine della sua espansione, è arrivata a “fatturare” 5/6 miliardi di euro l’anno, grazie allo sfruttamento delle risorse petrolifere e minerarie, grazie alla vendita di opere d’arte nel mercato nero, grazie ai finanziamenti e alle donazioni di sceicchi e facoltosi wahhabiti sparsi in tutto il mondo. Al-Qaeda, attorno a cui ruota Al-Shabaab, non fa granché differenza. Forse nei numeri, non certo nelle modalità. Molti di questi gruppi, peraltro, son legati a doppio filo al mondo saudita ed emiratino, realtà che da sempre fanno affari d’oro con le potenze occidentali. Potenzialmente, dunque, qualsiasi compravendita di petrolio e risorse con l’Arabia Saudita o col Qatar potrebbe indirettamente rappresentare un finanziamento al terrorismo internazionale. Per farsi un’idea basta guardare quello che per anni è successo con la vendita di armi italiane, prodotte in Sardegna, ai sauditi che le impiegavano nella guerra in Yemen, un conflitto sanguinoso, repressivo e lesivo del rispetto dei diritti umani e civili che è costato (sta costando) la vita a centinaia di migliaia di innocenti. E che dire del “gioco sporco” della neo-ottomana Turchia. È la seconda potenza militare della NATO, ha ottenuto carta bianca dagli Stati Uniti e da tutto l’Occidente nell’invasione del nord della Siria, sta spadroneggiando nel Mediterraneo Orientale e sta allungando le mani sulla Libia. Il tutto mentre da tempo intrattiene rapporti con Hamas e con gruppi paramilitari anti-Assad che hanno combattuto sotto le insegne delle bandiere nere del terrore e ora sono impegnati nella repressione anti-curda. Per non parlare del vergognoso sfruttamento dei migranti in fuga dalla stessa Siria verso l’Europa usati come strumento di pressione contro l’UE.

Insomma, i 4 milioni versati ad Al-Shabaab dall’Italia sono solo una goccia in un Oceano di storture. L’ultimissima delle ipocrisie di un Occidente che è per sua natura ostaggio di se stesso. Il mondo civilizzato non può esimersi dal mettere in cima alla lista delle priorità la salvaguardia della vita e il rispetto dei diritti umani. E questo lo pone gioco-forza in posizione di debolezza nei confronti di chi invece la vita umana la disprezza. È fisiologico, dunque, che nella lotta al terrorismo l’Occidente sia condannato ad incassare delle sconfitte. Anche pesanti. Come lo è una valigetta piena di contanti da far recapitare a Mogadiscio. Tuttavia, un Occidente forte deve considerare questi episodi come episodi, appunto. Deve svegliarsi l’indomani più agguerrito di prima e deve impegnare tempo, forze e risorse per stanare coloro i quali mettono a repentaglio la vita dei connazionali che vanno in giro per il mondo a fare del bene. Deve lanciare un messaggio di “contro-terrore” che serva da monito ai terroristi: un messaggio fatto di blitz, di blocco delle risorse, di contrasto militare e diplomatico alle attività dei tagliagole. E deve festeggiare i successi come accettare le sconfitte.
È in questo fondamentale che l’Italia, al momento, manca di spessore. Costringere, direttamente o indirettamente, un connazionale a restare a non prestare servizi umanitari per via del rischio di non poter essere adeguatamente protetto non è un messaggio degno di una potenza del G7. Interroghiamoci, piuttosto, sul motivo per cui a livello internazionale, di fatto, il passaporto di una potenza del G7 valga ormai meno di quello di tanti altri Paesi che mai si sognerebbero di comportarsi da “deboli” coi loro concittadini ma che hanno esteso un soft power notevole in aree del mondo in cui l’Italia avrebbe dovuto e dovrebbe ancora primeggiare.