Spending review mai citata da Conte

di Carlo Manacorda
23 Maggio 2020

Se si vogliono diminuire le spese eccessive, nel linguaggio di casa si dice “fare economia”. Nel linguaggio aulico della contabilità pubblica, la stessa intenzione si pronuncia “spending review”, revisione della spesa. Si fa riferimento cioè a un processo attraverso il quale, analizzando le voci della spesa pubblica, si cerca di eliminare costi ingiustificati e sprechi.

Le risorse risparmiate saranno indirizzate allo sviluppo del Paese.

 Fu il Governo Monti a introdurla, nel bilancio dello Stato e delle amministrazioni pubbliche, nel 2012 per frenare i disastri che si stavano registrando nei conti pubblici anche a causa delle troppe spese allegre. Tutti i governi succeduti a Monti hanno fatto della spending review una bandiera per dimostrare, in primo luogo, il rigore della loro gestione: “basta con gli sperperi del denaro pubblico”; in secondo luogo, per attestare che i risparmi miliardari che avrebbero realizzato sarebbero stati utilizzati per fare spese destinate alla crescita del Paese e al soddisfacimento dei bisogni della collettività. 

A suggello della loro determinazione ad agire in questo senso, hanno nominato Commissari ad hoc (Bondi, Canzio, Cottarelli, Yoram Gutgeld). I Commissari hanno gettato la spugna per impossibilità a svolgere, seriamente e utilmente, il compito loro affidato (i politici facevano pressioni perché nulla fosse tagliato). La Corte dei conti, nel suo rapporto sulla finanza pubblica del 2017, ha accertato l’inefficacia di quanto fatto dai governi in tema di revisione della spesa.

L’epidemia di Covid-19 ha stravolto tutte le regole, comprese quelle per la gestione della finanza pubblica. La gravità della situazione non consente certo di decidere le spese pubbliche col bilancino. Servono grandi quantità di risorse pubbliche per sostenere persone, famiglie e imprese in condizioni di elevata precarietà a causa del Coronavirus. Il Governo Conte ha quindi cominciato a deliberare cifre colossali di spesa pubblica a questi scopi (oltre 800 miliardi) confidando che l’Europa sarebbe intervenuta in aiuto finanziario robustamente (e soprattutto senza oneri) poiché tutti i Paesi dell’Unione sono in stato di recessione per lo stesso motivo.  

Col passare dei giorni, la speranza di Conte è diventata progressivamente evanescente. L’Europa è pronta a dare una mano ma a condizioni concordate. Per il momento, non si sono ancora aperte prospettive per contributi a fondo perduto. Inoltre, i contributi (a pagamento) lasciano poco spazio alla discrezionalità degli Stati. C’è il Mes ― Meccanismo europeo di stabilità). Osteggiato parossisticamente, a livello governativo, dal M5S, ora si pensa che i 36/37 miliardi ottenibili tornerebbero assai utili per pagare un po’ di spese sanitarie, come voluto dall’Europa. Poi c’è il Sure, il fondo europeo (a pagamento) stabilito a sostegno dell’occupazione. 

La Banca Centrale Europea ci dà un notevole aiuto comprando, a piene mani, titoli del nostro debito pubblico. Quanto al tanto vagheggiato Recovery fund (fondo per la ripresa a carico del bilancio pluriennale europeo 2021-2027, da creare attraverso l’emissione di obbligazioni europee – Eurobond), nulla è stato ancora deciso. Ciò non è sufficiente a sostenere tutte le promesse di spesa fatte da Conte.

Con queste prospettive, un bel ricorso all’aumento del debito pubblico dà certezze immediate. Ma anche questa strada non porta ritorni tempestivi in termini di liquidità per le casse dello Stato. Ed è di questa che Conte ha bisogno per pagare tutte le promesse fatte a professionisti, a piccole e medie imprese e a una platea sterminata di altri beneficiari, dalle colf alle baby sitter, fino a quelli cui deve essere dato un reddito affinché possano sopravvivere, promesse rimaste tali per la maggior parte. 

Ecco allora che ricompaiono i mai dimenticati BOT, i Buoni Ordinari del Tesoro, titoli pubblici a breve termine comprati soprattutto da piccoli risparmiatori e che portano immediata liquidità alle casse dello Stato (finora 20 miliardi). 

Ed è a questo risparmio privato che reca subito denaro sonante che Conte sembra guardare con crescente ingordigia ipotizzando una tassa “patrimoniale”, che potrebbe anche tradursi (come fatto anni fa dal Governo Amato) in un prelievo forzoso di parte del denaro dei cittadini depositato presso le banche (si stima la giacenza in 4.200 miliardi e, quando si parla di denaro, vale sempre il motto: “Magari pochi, purché subito”).

Orbene, in questo contesto di affannosa ricerca di somme per coprire gli enormi fabbisogni conseguenti all’epidemia Coronavirus, nella ricercata narrativa di Conte la spending review non viene mai citata. D’accordo che, in questo momento, non sarebbe risolutiva per trovare le risorse occorrenti per tutti i fabbisogni. Ma qualche soldino potrebbe anche portarlo. Significherebbe almeno che non si pensa soltanto a spremere i cittadini con patrimoniali e simili.

Negli anni in cui si cercò di fare qualcosa in materia, la spending review portò, ad esempio, a limitare le abbondanti consulenze che le amministrazioni pubbliche sono solite conferire, spesso con lauti compensi. Si stabilì un tetto delle retribuzioni degli alti dirigenti pubblici (massimo 240mila euro). In ogni caso, furono previsti controlli per arginare l’infondatezza di alcune spese pubbliche, ovvero della gratuità della concessione di alcuni beni pubblici. Insomma, qualcosa avvenne. E dei tentativi fatti, i ministri relazionavano al Parlamento anche indicando somme più o meno recuperate o da recuperare.

In questo momento difficile, spesso si sente dire che lo si supererà “se ciascuno farà la sua parte”. Sarebbe interessante che qualche autorevole politico precisasse, dal punto di vista economico, chi è quel “ciascuno” e qual è la “parte” che deve fare. 

Non si vorrebbe che quel “ciascuno” fosse sempre Pantalone (chi aspetta e non riceve il sussidio da 600 euro o quello di sopravvivenza, i cassaintegrati, ecc.) e che la sua “parte” consistesse nel tirare ulteriormente la cinghia. Ovvero che i governanti non pensassero sempre a contributi di solidarietà a carico di lavoratori dipendenti e pensionati. Perché proprio i governanti (compresi quelli a vita) non si identificano in quel “ciascuno” e non pensano a contributi di solidarietà a carico delle loro ricche prebende

Sarebbero gesti più simbolici che economicamente rilevanti, ma servirebbero enormemente a ridurre il distacco tra cittadini e Palazzo. E perché non guardare anche in quelle partecipate dello Stato (RAI e simili) dove si continuano a pagare compensi milionari con soldi pubblici, cioè dei cittadini, mentre il Paese piange miseria? 

D’altro canto, anche Conte ha nominato i parlamentari Laura Castelli e Massimo Garavaglia Commissari alla revisione della spesa pubblica. Chissà quante idee loro hanno maturato al riguardo!

Va da sé che queste riflessioni sono assolutamente inutili se il processo di spendig review è diventato, a causa di Coronavirus, un reperto di archeologia contabile. Ma nel settore privato, alcuni manager si sono già ridotti lo stipendio per aiutare i cassaintegrati.