Se l’amore diventa maschilista: Michela Murgia contro la “Musa” ispiratrice

di Pasquale Ferraro
14 Settembre 2021

L’amore il più puro dei sentimenti, il più folle e il più inseguito, quello che ci fa perdere ogni cognizione, che ci fa esultare e dilaniare, gioire e soffrire ed è proprio di ogni essere umano. L’amore può essere declinato in modi e gradi differenti, vi è l’amore fra due innamorati, quello fra genitori e figli, quello fra fratelli e sorelle, amici e amiche, vi è l’amore cristiano, l’eros platonico e penetrando in mondi e culture diverse troveremo infinite definizioni, tanto dell’amore quanto dei frutti di quest’amore.  Amare è  la forma più autentica di umanità, perché nell’atto di amare l’individuo lascia cadere ogni barriera e si consegna puro all’altro con tutto il suo essere.  

L’amore è altrettanto individuale quanto universale, non segue linee eguali, e ciascuno lo vive in proprio, in una sfera personale in cui ruotano esperienze, desideri, sensazioni. Vivere amando significa, vivere per e con l’altro, condividere emozioni, passioni, ma anche momenti difficili e sofferenze, sostenersi l’un l’altro e superare insieme uniti le tempeste della vita, non tutti superano gli scossoni, e non tutti gli amori hanno un lieto fine: a volte ritornano, altre volte no, spesso si trasformano in amicizia, altre volte in indifferenza, alcune volte in odio, altre in emozioni nascoste, per timore e paura, oppure per orgoglio. 

Il tema è tra i più dibattuti dalla filosofia e dalla psicologia, il più solcato dalla poesia e dalla letteratura. Memorabili le pagine di Sant’Agostino, i versi di Dante, e prima ancora di Omero, il discorso di Socrate e gli insegnamenti di Diotima, senza dimenticare Petrarca e Bocaccio e tutta la tradizione stilnovista, Saffo e Leopardi, Catullo e Ovidio, Abelardo e Pavese, Prèvert e Fitzgerald, le sorelle Bronte, e Virginia Woolf, e potremmo andare avanti per pagine e pagine, dando pieno sfogo alla teoria della lista di Umberto Eco, eppure il concetto è evidente, l’uomo vive per amare ed essere amato, non è un animale solitario, talvolta lo diventa, ma non è destinato ad esserlo.  

Molto spesso dietro il successo di grandi uomini vi è la mano silenziosa, paziente di una donna, cosi allo stesso tempo dietro grandi donne si celano uomini che con l’amore, il sostegno, hanno trasmesso quella serenità, quella motivazione che ha permesso al genio di manifestarsi in tutta la sua sublimità, come per molti poeti alla base di quei versi vi è una donna, un immagine metafisica, al confine fra la realtà e il sogno, fra il tempo e l’eterno, le muse appunto, non più le divinità omeriche, ma donne umane, amori attuali o passati, amori spenti o mai nati, passioni lontane o ancora ardenti. 

Capita che raggiunto il successo politico, letterario, artistico, molti uomini sentano il bisogno, di ringraziare, di rendere omaggio, di dedicare quel premio, quel traguardo a chi lo ha permesso. Il cinema per esempio ha donato all’immortalità la dedica che il matematico John Nash fece alla moglie Alicia “ tu sei tutte le mie ragioni”, ricevendo il Nobel all’economia nel 1994, e quanti Presidenti e Primi Ministri hanno dedicato alle loro donne le vette della loro carriera, che non sarebbero state possibili senza il loro sostegno nei momenti difficili.  

Non ultimo Roberto Benigni, Leone d’oro alla carriera alla Mostra del Cinema di Venezia, con un discorso che ha riscontrato molto successo e che grazie ai versi di Borges si è dotato di una certa propensione romantica. L’occasione è stata ghiotta purtroppo per la solita entrata stonata, capziosa e stantia di Michela Murgia, la scrittrice ultra femminista, sempre a caccia di un fascista o di un maschilista – spesso le due cose coincidono nella sua visione pretestuosa –  o di un cliché frutto di un mondo totalmente costruito a misura d’uomo. 

Ora secondo “la” Murgia che su L’Espresso tuona contro Benigni – vittima del momento – le donne amate ringraziate nei discorsi sono in realtà infelici alle quali è stato precluso il successo. Ma soprattutto sempre secondo la scrittrice il “mito della musa ispiratrice” è un segno tangibile del patriarcato. Nessun romanticismo, solo sofferenza nascosta, una visione terrificante e triste quella della Murgia, che dovrebbe far ben riflettere su l’assurdità di tutte le sue teorie. 

 Secondo la Murgia le donne possono vivere solo di luce riflessa, altrimenti scompaiono nell’oscurità. A smentire tante assurdità ci pensa la storia, la letteratura e persino il cinema, oggetto dell’accusa murgiana, perché basta leggere l’elenco delle più grandi stelle del cinema per scoprire che ci sono più donne che uomini – con nostro piacere –  e che tutti questi sermoni non hanno alcun costrutto se non quello di inaridire l’animo, perché leggendo l’articolo della Murgia ciò che è facile denotare è l’aridità, che in fondo è prorio assenza di amore.  

La stessa Nicoletta Braschi, moglie d Benigni non ha certo vissuto di “ luce riflessa” anzi, ha ottenuto premi e riconoscimenti prestigiosi nella sua lunga e fruttuosa carriera. Roberto Benigni l’ha definita “ la mia attrice preferita” ed è nell’amore che l’unione fra i due ha prodotto anche oltre a quello personale il successo; dall’unione, dall’amarsi, non dal costante conflitto, dalla stasi perenne fra i sessi che vorrebbe la Murgia.  Siamo fatti per amare e per essere amati, “ ama il prossimo tuo come te stesso” recita il Vangelo, o per dirla con William Shakespeare “ Dubita che le stelle siano fuoco, dubita che il sole si muova, dubita che la verità sia mentitrice, ma non dubitare mai del mio amore” ma per la Murgia in fondo Shakespeare è solo un uomo.