Sanità e Istituzioni: come ristabilire un raccordo che non esiste più

di Redazione
16 Aprile 2020

La recente pubblicazione delle “Tre proposte per la Sanità”, effettuata sulla base della lodevole iniziativa di Nazione Futura, ha suscitato, come auspicavo, un dibattito aperto intorno ad una tematica fondamentale ma solo superficialmente considerata dalle forze politiche italiane degli ultimi anni. Da più parti sono arrivati spunti molto interessanti che andrebbero sviluppati e che vorrei accennare in questo breve articolo integrativo.

Mi corre l’obbligo, innanzitutto, di ribadire che le nostre tre proposte in oggetto sono suggerimenti concreti e concretizzabili nell’immediato, per cercare di far fronte ai problemi più eclatanti deflagrati nel corso dell’attuale emergenza sanitaria.

È evidente a tutti che ci sia stata e c’è tuttora una grossa difficoltà di coordinamento fra le Istituzioni centrali e gli operatori sanitari “in trincea”. Solo per fare alcuni esempi, nei tavoli di lavoro governativi non sono state coinvolte figure importanti come i rappresentati dell’Ordine dei Medici e Chirurghi e membri della Società Italiana di Virologia (che dovrebbe essere l’organo ufficiale nazionale di consultazione in merito alle problematiche legate alle patologie di origine virale), con il risultato di avere professionisti privi delle più elementari protezioni per far fronte all’emergenza (neanche mascherine chirurgiche!); inoltre, come abbiamo sottolineato, mancano reagenti e strumentazioni per i tamponi e per gli esami sierologici, occorre rivedere la logistica, l’attivazione di più laboratori. Come secondo punto abbiamo evidenziato la necessità di non abbandonare al loro destino i professionisti della salute anche dal punto di vista legale e mediatico: non sono rare notizie di medici indagati ingiustamente o vergognosamente messi alla gogna, pur avendo svolto onestamente il proprio lavoro (fino a qualche giorno fa, il tipico sentimentalismo italiota li definiva “eroi”, per poi linciarli non appena si è presentata l’occasione). Infine, abbiamo ritenuto opportuno portare all’attenzione pubblica anche la necessità di stabilizzare tutti quegli operatori (Medici, Infermieri ed OSS-ASS) che sono stati assunti momentaneamente in occasione dello scoppio dell’attuale emergenza, durante la quale si è inevitabilmente acuita la carenza cronica di personale (problematica che va avanti da anni e che non è stata risolta da chi di dovere in tempi di pace): ovviamente, questo non significa rinunciare al principio meritocratico di selezione che resta basilare, piuttosto si tratta di una misura straordinaria dettata dall’emergenza, che consiste nel potenziare urgentemente le forze a disposizione per alleggerire il carico dei lavoratori regolari e per mantenere un numero adeguato di posti letto anche in previsione del post-pandemia.

Questi sono, a nostro avviso, i problemi più urgenti da risolvere nel breve e brevissimo termine. Detto ciò, è chiaro che esiste tutta una plètora di nodi gordiani da sciogliere e che meritano di essere almeno elencati.

Il problema di fondo è etico: non possiamo non considerare il tema scottante di aborto, eutanasia, DAT. Al di là delle convinzioni morali e/o religiose di ogni singolo cittadino, la Medicina ha il dovere di recuperare il messaggio integrale che anima il Giuramento di Ippocrate e che consiste nella difesa della vita umana e della sua dignità, sempre; è doveroso riportare la persona umana (sia assistita che curante) al centro della Medicina, non solo a parole, ma concretamente.

La necessità di depoliticizzare la sanità e di restituire al già citato Ordine professionale dei Medici-Chirurghi quel prestigio che una politica spregiudicata e statalista ha progressivamente mortificato, con il conseguente depotenziamento del suo storico ruolo: nonostante l’ottimo lavoro svolto dalle realtà sindacali già esistenti, deve esistere un organo fondamentale garante degli interessi di categoria da far valere nelle sedi istituzionali e che funzioni come raccordo fra la politica e gli operatori sanitari.

E poi ancora, la pianificazione che uno Stato serio dovrebbe fare, considerando il numero di iscritti alle Facoltà di Medicina e Chirurgia e rapportandolo alle necessità di personale sanitario del momento (che non sono sempre le stesse); il grave problema delle mancanza di borse di studio per i corsi di specializzazione e la stessa modalità di accesso alle specialità, condizionate dai soliti quiz che si sono ormai sostituiti alla pratica clinica (cosicché il futuro Medico viene valutato sulla base dei calcoli logaritmici di un correttore informatico, piuttosto che sulla sua professionalità intesa come connubio di preparazione, umanità, empatia, equilibrio psichico). La maggior parte delle Unità Operative si trova sotto organico in tutto il territorio nazionale ed il personale lavora in difficoltà anche per turnazioni assurde. Il coronavirus non ha fatto altro che acuire tale problema.

E poi, rivedere le logiche aziendali che limitano l’azione dell’Arte medica, i cui risultati sono derubricati e mortificati a semplici “obbiettivi di budget e di management”.

La sempre più diffusa e drammatica realtà della Medicina difensiva, indotta dalle persecuzioni legali e dalle gogne mediatiche a cui sono sottoposti gli operatori della salute, con un non irrilevante danno economico per la stessa sanità pubblica. A tal proposito, andrà rivisto anche il rapporto pubblico/privato, due realtà fondamentali e fra loro complementari, tra le quali si è annidato, purtroppo, il “privato convenzionato” che parassita il pubblico e lo danneggia, erodendone le risorse (umane ed economiche).

Snellimento della solita burocrazia ed incremento dell’efficienza del servizio pubblico. Implementazione dei posti letto disponibili tanto nelle lunghe degenze quanto nei reparti di degenza ordinaria e di terapia intensiva, incremento delle strutture geriatriche per far fronte al crescente invecchiamento della popolazione, creazione di strutture dedicate alla Medicina palliativa; revisione dei criteri di assistenza socio-sanitaria dei malati affetti da demenza e dei pazienti psichiatrici.

Recupero di presìdi ospedalieri periferici (disgraziatamente chiusi per i problemi aziendali di cui sopra) che potrebbero alleggerire e decongestionare la mole di lavoro che grava sugli Ospedali centrali.

Potremmo continuare ad elencare e considerare tanti altri problemi che penalizzano il nostro pur sempre rispettabile ed invidiabile Sistema Sanitario (ovviamente non è questa la sede ma ci auguriamo vi sia occasione di poterli sviluppare prossimamente).

Tanti sono i “nervi scoperti” della nostra Sanità che prima o poi andranno affrontati e, si spera, risolti: ma la soluzione di questi richiederà tempo e potrà essere attualizzata seriamente solo nel medio-lungo termine.

Giovanni Flamma

Dirigente Medico c/o U.O.C. Neurologia dell’Ospedale “S. Salvatore” di Pesaro, A.O. “Ospedali Riuniti Marche Nord”