Riaprire le farmacie dell’anima: le librerie

di Leonardo Tosoni
29 Marzo 2020

Matteo Renzi ha ragione. Sembrerebbe un Pesce d’aprile in anticipo, eppure è tutto vero.

Lo ha detto in Senato, in un discorso da solito furbacchione qual è, ma in fondo misurato, appassionato come sempre. Lo ha detto chiaramente a un certo punto, vedendo forse più lontano di altri; se non proprio il virus, le sue conseguenze ci accompagneranno per un tempo più lungo di quel che si può credere. E allora la proposta di un gesto simbolico immediato può assurgere a segnale di riscatto emotivo e spirituale, prima ancora che materiale. «Bisogna nutrire anche l’anima» dice fieramente il leader di Italia Viva, e come non condividere queste sue parole: «riapriamo le librerie».

Non siamo gli unici, tra coloro i quali non annoverano il vulcanico politico fiorentino tra i propri riferimenti ideologici, a convenire però con lui, o quantomeno a sentire come lui la necessità di un farmaco insolito, un farmaco per l’anima: il libro. Lo ha scritto infatti anche Michele Serra su La Repubblica, rilanciando la proposta renziana, e sottolineando che è questo più che mai un momento favorevole ai libri.

Pretendere l’apertura istantaneamente e far polemica anche su questo sarebbe pretestuoso e persino irrispettoso per le vittime, per i più esposti, per i medici e per gli infermieri, per i volontari che combattono senza sosta, da settimane, nelle trincee illumitate delle corsie ospedaliere, rischiando e in alcuni casi perdendo la vita. Però la proposta non nuoce, e va pur presa in considerazione. In fondo tutti sono a casa, condividendo ormai da quasi un mese una prigionia collettiva. Cambia il rapporto con il tempo, si è passati dalla vita frenetica del lavoro e dell’università a una sorta di esilio statico, sorvegliato, che rallenta la vita e la riporta a dimensioni remote, che forse quasi nessuno ha mai vissuto. Il libro allora torna a essere un bene di prima necessità, il solo che può aiutarci ad evadere e a risollevare uno spirito che altrimenti rischia di atrofizzarsi, tra sperimentazioni di ricette casalinghe – comunque una meraviglia – e i soliti programmi tv.

Oggi, nel bel mezzo di una pandemia globale che sta cambiando la vita a miliardi di persone, non sarà giunto il momento di riscoprire questa dimensione?

Naturalmente, se davvero si riterrà possibile una soluzione di questo tipo, occorrerà predisporre ogni precauzione per renderle sicure, le librerie. Si potrà magari prevedere la possibilità per ognuno di far visita a quella più vicina all’abitazione, per impedire che qualche briccone trovi la scusa buona per andare chissà dove, giustificandosi magari con la necessità di raggiungere la libreria di fiducia.

E poi, è verissimo quel che scrive Serra, ed è anzi un qualcosa di cui dovremmo prendere consapevolezza tutti «i librai sono in trincea da ben prima del coronavirus». L’editoria affronta la crisi dei tempi e come coraggiosi alfieri di un mondo a rischio di estinzione i librai resistono, in quei luoghi silenziosi e colorati, rappresentando un baluardo contro la fine di un mondo che non può scomparire.

Tornano in mente, dopo queste considerazioni, le parole che Giuseppe Prezzolini ebbe a scrivere nel 1965, poi raccolte nell’Ideario, in cui alla voce Libraio, il grande intellettuale, rammaricandosi dei tempi, scriveva che in molti casi ormai «il commesso di libreria vende i libri come se fossero mortadelle». Se l’esperienza di ognuno potrà ben comprendere questa frase, è anche vero che per una volta, la piena emergenza ci impone di soprassedere.

Non sappiamo se sarà davvero una proposta realizzabile, ma l’idea merita almeno di essere vagliata. Non fosse altro perché per una buona volta, quel mondo dimenticato, quelle città fuori dal tempo quali sono le librerie, dove svettano come grattacieli gli scaffali colmi di carta e inchiostro, possono tornare a essere un punto di riferimento, e magari l’avamposto spirituale dal quale far partire la ripresa.