Quirinale: Il grande timore di Enrico Letta e della sinistra

di Pasquale Ferraro
4 Dicembre 2021

Sosteneva Napoleone Bonaparte che “ci sono due modi per far muovere gli uomini: l’interesse e la paura”, e se gli uomini in questione sono anche politici alla seconda chance allora la posta in gioco è ancora più alta. Infatti le parole di Enrico Letta, parole dure, minacciose sull’appuntamento più importante di questo inverno e cioè l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica   nascondono un grande timore. Per la prima volta, il più cinico e risoluto – diamo a Cesare quel che è di Cesare – dei partiti italiani, ha paura. Una paura che nasce dai numeri, perché in fondo sono i numeri che in politica contano e cambiano le proporzioni e dunque il peso delle maggioranze e spesso di quelle minoranza riottose e spregiudicate che sono più capaci di molte maggioranze ingombranti, ma poco efficaci. 

 Il Partito Democratico ne è stata la più autentica manifestazione, pur non vincendo un elezione dal 2006, e neanche allora , dal 2011 governa il paese, con il solo intermezzo del governo giallo-verde. La capacità di gestire il potere, di saper mantenere la posizione, e di badare poco alla forma con una certa capacità melodrammatica fa degli eredi del fu PC gli attori protagonisti di questa stagione politica. Negli ultimi anni molto merito va dato a Renzi che quanto a trame, strategie parlamentari non è secondo a nessuno in questa fase storica, ma ora Renzi gioca la sua partita personale, che nel caso della “crisi di agosto” concise con l’interesse del partito – di cui ancora faceva parte – ma oggi quegli interessi non coincidono più e la partita Quirinale almeno per ora Enrico Letta la dovrà giocare da solo, benché per ragioni chiare all’intero orbe terraqueo non si tratti della persona più indicata a dare fiducia ad un eventuale convergenza politica con il suo successore a Palazzo Chigi. 

Letta dalla sua avverte da politico navigato la pressione, ma sopratutto sa bene che questa volta il partito democratico, per la prima   volta parte svantaggiato. In parlamento i voti non sono quelli del 2013, 2006 e 1999, questa volta il centro destra controlla la maggioranza dei delegati regionali, una novità assoluta, e in parlamento conta su una nutrita pattuglia -benché non enorme – ma sufficiente a portare un eventuale candidato al terzo scrutinio. Ci sono poi due incognite non certo trascurabili, in un elezione in cui si gioca molto: il primo sono i parlamentari del gruppo misto, mai così tanti, marinai in balia del canto delle sirene, e poi dulcis in fundo Renzi e i suoi, ma anche Calenda, i centristi che giocano questa volta un ruolo decisivo. 

Letta è il primo segretario del Pd ad approcciarsi all’elezione del Capo dello Stato senza il dovere dell’iniziativa, senza la possibilità di tenere il banco, ma dovendo aspettare le mosse degli altri. 

Ad aprire il gioco è stato il centrodestra, che ha calato un asso simbolico, ma anche di valore Silvio Berlusconi, da mesi ormai “padre spirituale del centrodestra” e tessitore insieme a Gianni Letta di un intricata manovra soggiandistica, per sondare umori e possibilità. Forse è la volta buona. 

Molti opinionisti, ma anche parlamentari pensano che la figura del cavaliere sarà sacrificata alle necessità della vittoria se dopo il terzo scrutinio quei voti mancanti non dovessero arrivare e se già dal primo voto l’intero centrodestra si dimostri compatto, senza defezioni e franchi tiratori. Come avvenne a Prodi nel 2013 o ad Andreotti nel 1992. Eppure per la prima volta dalla nascita della seconda repubblica il centrodestra ha l’occasione di portare al Quirinale una figura propria o comunque estranea al mondo della sinistra. Letta lo sa, ne è consapevole, e cerca di far leva sull’effetto psicologico più radicato in questa disgraziata legislatura: il voto anticipato. “ Se il nome non sarà condiviso” afferma il segretario dem, “ il governo cadrà”, dunque elezioni anticipate e addio scranno alle bande di ex grillini che si aggirano per la camera contando i giorni che mancano alla maturazione del vitalizio.

La partita si annuncia avvincente e sempre con l’incognita Draghi sullo sfondo, l’unico che può mettere in crisi strategie e tattiche delle segreterie di partito.  Il premier  rimane impassibile, rispettando la tradizione della non  autocandidarsi, ma di attendere la chiamata che però nessuno vorrà fare almeno fino ad ora. 

Il centro destra ha l’occasione storica di eleggere un Presidente della Repubblica che provenga dal proprio mondo, ma i numeri non bastano, serviranno acume, astuzia e freddezza, qualità che in battaglie parlamentari servono più della grinta e dei like su Instagram. Questa è una partita politica, tutta politica, che fino a questo momento la sinistra ha saputo giocare sempre bene, ma ora i numeri non aiutano e costringono Letta alla velata minaccia, all’allusione, senza spingersi troppo. Del resto la politica è l’arte di fare dell’ impossibile e dell’ improbabile, il possibile e il probabile.

Dunque non rimane altro da fare che osservare questa tauromachia politica, fatta di tradizione e mosse impreviste che da qui a Febbraio occuperanno l’agenda politica. Per il partito democratico- lo sa bene Letta – l’elezione di Berlusconi o di un candidato di centrodestra ( Pera etc.) aprirebbe la strada alle elezioni anticipate e alla probabile vittoria elettorale del centrodestra, e dunque l’addio ad ogni velleità futura per il segretario dem e l’apertura di una falla non trascurabile nella gestione del potere politico e dell’occupazione dei posti chiave che ha sempre caratterizzato la sinistra, e del resto sappiamo bene in un sistema instabile come il nostro, il ruolo che gioca il Quirinale e il Presidente della Repubblica.