Quella libertà di parola minacciata dalla censura social

di Davide Gabriele
9 Gennaio 2021

In questi giorni è in atto un acceso dibattito che si ripresenta ogniqualvolta le piattaforme social “bloccano” il profilo di esponenti politici, tra cui i maggiormente bersagliati appartengono all’area politica della destra.

Uno dei casi più emblematici riguarda D. J. Trump ed è singolare notare che quegli stessi social media hanno rappresentato la principale arma di propaganda con cui il Tycoon vinse le elezioni americane del 2016. 

All’epoca furono i democratici ad indignarsi nei confronti di Facebook (ricorderete tutti lo scandalo “Cambridge Analytica”) al punto che l’ultra-progressista Ocasio-Cortez incalzò Zuckerberg chiedendogli: “Cancellerete le bugie o non le cancellerete? È una domanda semplice, mi serve un sì o un no”.

La la risposta che ottenne, però, fu più articolata di quella sperata: “Crediamo che in una democrazia siano le persone a dover valutare ciò che viene detto dai politici”.

E’ ormai evidente che i social media costituiscano il grande problema del nostro tempo: un enorme potenziale capace di attualizzare una propaganda massiva a basso costo (Trump vinse le elezioni americane con l’utilizzo del micro targeting spendendo pochi milioni di euro). 

La questione, inoltre, ne sottende altre che possono sfuggire a prima vista ma che sono cruciali per la sua risoluzione. Come bilanciare, ad esempio, il principio della tolleranza con quello della libertà di espressione? Già nel 1945 Karl Popper, nel suo paradosso della tolleranza, teorizzò che una collettività caratterizzata appunto da una “indiscriminata tolleranza” finisce per diventare essa stessa intollerante e addirittura stravolta. 

D’altro canto la libertà di espressione è oggi uno dei temi più attenzionati, giacchè rappresenta l’unica garanzia che permette di addivenire, tramite l’uso della logica della comparazione, alla nozione aristotelica di verità (ἀλήθεια). Come possiamo salvaguardala scongiurando lo scenario popperiano?

Inotre, come se non bastasse, le cose si complicano quando si prende in esame il principio inviolabile della proprietà privata (inviolabile tanto per i conservatori quanto per i liberali). 

Ebbene, tutti sappiamo che Facebook e diversi social media appartengono a privati che rispondono liberamente alle logiche di mercato, adottando le strategie aziendali che ritengono più opportune per le sorti econonmiche delle società gestite. Appare quì già prefiguarto in qualche modo la possibile gestione controversa che chiama in causa i precedenti aspetti della tolleranza e della libertà di espressione, quando cioè sono “regolati” da parte di privati che possono operare la decisione di bloccare qualsiasi profilo: anche quello di un Presidente degli Stati Uniti d’America.

Fatte queste doverose premesse è utile chiedersi se l’utilizzo di questi nuovi “social” possa essere considerato una potenziale minaccia per le democrazie. La domanda è lecita considerando anche l’attenzione che hanno suscitato da parte di tutti gli schieramenti politici: vuoi perché accusati di scarsa mediazione (Cambridge Analytica) vuoi perchè tacciati di eccessiva mediazione (i profili di Trump bloccati).

Chi scrive è profondamente convinto che qualsiasi forma di censura porti inevitabilmente alla clandestinità di colui che viene censurato (il ritrovo dei “clandestini” può essere anche semplicemente un altro social media) e che nella clandestinità si rischia di produrre idee “stagnanti”, private di un qualsivoglia confronto con la controparte. In uno scenario del genere l’inasprimento del clima di violenza sociale è una delle conseguenze più probabili. 

Già è abbastanza difficile avere un confronto dialettico o di idee sui social a causa della presenza di algoritmi che propongono all’utente solo ciò che piace in base alla sua esperienza di navigazione (senza considerare che si finisce spesso per litigare a causa della deumanizzazione dell’interlocutore favorita anche dalla totale assenza del linguaggio paraverbale e non verbale).

Come si evince dal quadro generale (che non vuole essere esaustivo di tutte le ulteriori complicazioni che emergono nella riflessione sull’argomento), il dibattito sui i social media come questione urgente del nostro tempo non è di immediata risoluzione. 

Tuttavia un primo passo fondamentale per salvaguardare la libertà, necessariamente connessa alla proprietà privata e alla libertà di espressione, è quello di garantire una sana concorrenza tra i social media, rompendo un monopolio che impedisce la corretta dialettica tra le parti sociali. Che sia in realtà la soluzione che di fatto riequilibra i molteplici piatti di una bilancia sempre più instabile? Possiamo solo augurarcelo e perseguire tenacemente l’intento.