Quel Presidenzialismo che può salvare l’Italia

di Pasquale Ferraro
11 Agosto 2022

Non è un caso che in piena campagna elettorale, il principale quotidiano della sinistra tra una pagina e l’altra in cui si parla di “pericolo fascista” ospiti gli interventi di due illustri esponenti del mondo accademico e politico come Luciano Violante e Michele Ainis sul tema del presidenzialismo. Nulla avviene per caso, sopratutto non in campagna elettorale e di certo non sulle pagine de la Repubblica. La questione è centrale e preoccupa una certa intellighenzia di sinistra e un certo indirizzo autoconservativo della nostra carta Costituzionale che spesso induce a non guardare con oggettivamente ai limiti, alle increspature e alle debolezze del nostro sistema politico e istituzionale.

Di certo non sono tacciabili di “autoritarismo” le critiche che nell’assemblea costituente mosse la componete azionista guidata dal quel fine e sublime giurista che fu Piero Calamandrei in quella seconda sottocommissione che dovette disegnare l’assetto della nuova forma di governo per la giovane repubblica.
Le diffidenze, le paure e i timori reciproci animarono tutto il percorso di una carta caratterizzata più dal compromesso politico che da una disamina attenta delle esigenze del paese. I limiti del sistema parlamentare furono visibili sin da subito e non dimentichiamo che già la Democrazia Cristiana di Alcide De Gasperi inaugurò la tradizione dei tentativi di “riforma materiale” della costituzione attraverso le leggi elettorali (c.d. legge truffa ) al fine solo di garantire stabilità e governabilità.

Nonostante il fallimento di quel tentativo la particolare condizione del sistema politico italiano fondato su un sistema rigido dei partiti, riuscì a reggere e a proseguire nel corso degli anni. Già negli anni ‘80 e trasversalmente tanto il Partito Socialista, quanto il MSI iniziarono a parlare di necessaria esigenza di riforma istituzionale, in quanto si avvertivano le debolezze di un sistema viziato ab origine dalla sua dipendenza dal “sistema dei partiti”. Finita la stagione dei partiti – inaugurata de iure nel 1946 – con Tangentopoli, e la nascita di formazioni prevalentemente liquide o leaderistiche anche il sistema istituzionale è entrato in crisi. La politica ha tentato di porre rimedio sempre attraverso la costruzione di leggi elettorali farlocche e deboli che hanno finto con il peggiorare lo stato dell’arte e persino le riforme costituzionali proposte tutto facevano eccetto affrontare il tema cruciale, quello della forma di governo.

Persino la tanto decantata riforma Renzi poi bocciata dal referendum nulla prospettava nel solco di una rigenerazione totale delle istituzioni.
Il presidenzialismo è un tema avversatissimo dalla sinistra, la quale ha scelto nella sua maggioranza di arroccarsi nella difesa ad oltranza dell’attuale carta, anche di quei punti giudicati già allora in sede di costituente come forieri di incertezze e criticità future. Dovrebbe bastare persino a Repubblica, passando per Violante e Ainis, l’opinione di Calamandrei.

L’occasione ora è chiara, se il centro-destra dovesse avere la maggioranza in parlamento e la guida del governo, non si potrà prescindere dall’avvio di una seria fase riformatrice del paese. Su una cosa Luciano Violante ha ragione – e fu tema di dibattito già a dicembre nella kermesse di Atreju – riforma presidenziale non vuol dire solamente elezione diretta del Capo dello Stato, ma ridisegnare totalmente la parte II della nostra Costituzione.

Ne abbiamo scritto in un numero dedicato al Presidenzialismo su Nazione Futura, spiegando la mole di lavoro, ma anche l’importanza di farlo ora, perché solo una riforma che rafforzi il potere esecutivo e ripristini il ruolo del parlamento potrà rinvigorire le nostre istituzioni.

Il nostro sistema attuale, quel parlamentarismo fondato sui partiti, ma oggi in assenza dei partiti stessi non regge più, ed ha già portato all’estensione massima di quella “fisarmonica” che è immagine efficace dei poteri attuali del Presidente della Repubblica.

Rafforzare le istituzioni democratiche, cogliere gli elementi di debolezza, le lacune anche storiche è il primo dovere di chi ha a cuore le sorti del nostro paese. Una volta ridisegnato il ruolo del Presidente della Repubblica, Capo di Stato e Capo di governo, allora si procederà a ridisegnare il rapporto di equilibrio – oggi de facto assente- coi tre poteri, quello giudiziario in profonda crisi, e quello legislativo ormai appiattito su quello esecutivo.

Il parlamentarismo è defunto, ma alcuni preferiscono negarlo, convinti come sono che la “nostra sia la costituzione più bella del mondo” dimenticando che una costituzione primariamente è un prodotto storico, il frutto di una contingenza di fattori dominati nel momento in cui essa viene scritta. Chi lo nega fa torto alla storia.

Solo il presidenzialismo, ossia il semipresidenzialismo può salvare il nostro paese, rigenerarlo e strapparlo al torpore perenne di un sistema oramai impantanato su se stesso.